ANTROPOLOGIA E TECNOLOGIA. RELATORE: PAOLO D'ALESSANDRO

12.11.2007 21:00

 

L'impatto delle tecnologie informatiche e telematiche sui modi di produzione e fruizione dei testi filosofici.

 

Chi è l'uomo? Cos'è la tecnica? "La minaccia per l'uomo, oggi, non viene anzitutto dalle macchine e dagli apparati tecnici. La minaccia vera ha raggiunto l'uomo nella sua essenza" (Martin Heidegger).

 

La classica scrittura lineare resta limitata nelle possibilità di rimandi interni ed esterni e nelle connessioni di pensiero. La lettura stessa ne risulta, in qualche modo, vincolata. Viceversa, le tecnologie informatiche di trattamento e trasmissione dei testi per via informatico - telematica arricchiscono la struttura teorica dell'ipertesto, esprimendone praticamente tutte le potenzialità facilitando e potenziando le connessioni concettuali. Glki argomenti vengono sviscerati in tutte le loro implicazioni, facendo emergere la trama concettuale in modo imprevedibile, diversamente dal metodo classico di lettura e scrittura che, generalmente, prevede un disegno ed una strategia argomentativa già costituiti.

La fruizione dei testi informatici è quindi molto diversa dalla classica lettura. I percorsi sono molteplici, ciascuno riflettendo una particolare visuale del tema, formando una prospettiva poliedrica e non prevedibile all'inizio delle operazioni di scrittura e di "lettura".

Il prof. Paolo D’Alessandro è docente di Filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Milano.

Docente del dottorato di filosofia nella stessa Università milanese, coordina il “Laboratorio teoretico-telematico.

Dibattito

Data: 21.06.2013

Autore: Paolo Ceravolo

Oggetto: Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume

"Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, o prevedere i cambiamenti del costume". Con questi versi una canzone di Battiato, che rigira spesso nel mangianastri della mia vettura, mi ricorda quante cose della vita siano irripetibili. In realtà però questa frase dice molto di più. Una delle cose che dice è che esistono alcuni tipi di eventi che la nostra scienza non sa prevedere, lasciandoci quasi il sospetto che alcuni tipi di eventi non siano affatto prevedibili, per loro stessa natura, indipendentemente da quanta sia la conoscenza in nostro possesso.

Un esempio tipico è quello degli eventi sociali. Ed il rapporto tra uomo e tecnica si sviluppa all'interno di una dinamica sociale. È una dinamica sociale di particolare interesse perché coinvolge le nostre possibilità, le nostre aspirazioni, nonchè la nostra cultura e tradizione. Le possibilità pratiche che gli oggetti nelle nostre mani (la tecnica) ci forniscono, quello che noi siamo abituati a fare nella società e quello che aspiriamo a fare.

In questo senso è utile proporre la nozione di simbiosi (http://www.mondodigitale.net/Rivista/05_numero_tre/Longo_p._5-18.pdf) per parlare del rapporto fra noi e la tecnologia. Da un lato noi facciamo le cose che gli oggetti ci consentono di fare, dall'altro utilizziamo quegli oggetti che ci consentono di realizzare il nostro essere nella società facendoci intravedere possibilità per le nostre aspirazioni. Tutto questo però in un processo dinamico nel quale l'uso modifica gli oggetti.

Come esempio possiamo prendere quello dei telefonini (http://espresso.repubblica.it/dettaglio-archivio/1095278). Noi abbiamo iniziato a usarli perché accrescevano una nostra possibilità essenziale, la comunicazione diretta e immediata, il telefonino però racchiudeva in sè tutta una serie di altre possibilità che via via si sono affermate (es. navigazione satellitare).

Il problema però è capire quali possano essere le azioni e le pratiche che si affermano e quali invece non ne avranno lo spazio. Perchè la navigazione satellitare sì, mentre la sostituzione del libro no (ricorderete che qualche anno fa si parlava dell' e-book come di quell'oggetto che avrebbe sostituito il libro, delle aziende ci investirono diversi soldi ma non ci sono e-book sulle nostre scrivanie, ne nei nostri telefonini).

Si tratta di una simbiosi come dicevamo, perchè c'è un vantaggio che si realizza, ma nessuna intezionalità (nessuna progettazione sulla carta) che l'abbia stabilito.

Questo è un tema molto importante nell'attuale panorama culturale. Gli sforzi a livello industriale e accademico (ma soprattutto industriale) su questo tema sono notevoli.

Saper prevedere gli eventi sociali significa impostare la strategia di marketing corretta. E tanto più è la differenza di efficacia tra me e il mio concorrente, tanto più posso pensare di sbaragliarlo.

Da questo punto di vista sarà molto interessante seguire la battaglia che è iniziata proprio quest'anno (con il lancio dell' iPhone di Apple) tra tutte le più grandi aziende di ICT del mondo per proporre ed affermare un nuovo prodotto (la convergenza tra computer e telefono, tra internet e rete mobile, la prima vera piattaforma omnimediale), che si preannuncia come un nuovo balzo nella convergenza tra processi sociale e tecnologia. Lo strumento che ci permetterà di avere sempre con noi un contatto con l'infosfera dei media e con l'intelligenza collettiva di internet. Potremo sempre sapere a che ora chiude il panettiere del quartiere dove abita nostra zia, se domani pioverà e quale strada fare per evitare la coda. Sapremo sempre se un nuovo ordine è arrivato in azienda o se qualcuno è in ritardo ad un appuntamento o mille altre cose. Ugualmente sapranno sempre più cose su di noi e sulle nostre abitudini, o almeno l'intelligenza collettiva potenzialmente lo saprà.

I tempi nuovi che si aprono davanti ad uno scenario del genere sono innumerevoli e di enorme importanza.

Ci sarà forse da ripensare il famoso principio democratico della divisione dei poteri. Come fare in modo che solo una pluralità di soggetti possano controllare questa mole di informazioni sensibili (io direi soprattutto nel senso che possono attribuire un enorme potere) e che ci sia un controllo reciproco fra queste pluralità.

Come fare poi perché queste innovazioni vadano verso un accrescimento dell'intelligenza (pensiamo alla ottimizzazione di risorse come energia e tempo) e non verso l'effimero?

Ma soprattutto, ritornando all'inizio: saremo allora in grado di prevedere i cambiamenti del costume? O esistono eventi che per loro natura non possono essere previsti?

Data: 21.06.2013

Autore: Luca Lunardi

Oggetto: Antropologia e Tecnologia

Non ho un decimo del talento di Patrizia De Capua nel fare un’accattivante sintesi di forma e contenuto, come Lei è stata in grado di fare con una pagina concettualmente densa quanto fintamente scherzosa, nel commentare l’ultima serata (potrei anche essere relativamente d’accordo con alcune tesi di fondo ivi celate, fatte salve alcune precisazioni che esporrò qui). In realtà non ho invitato il Prof. D’Alessandro perché particolarmente d’accordo con le Sue metodiche di ricerca, e nemmeno per una mia presunta passione sfrenata ed acritica per la telematica (sebbene quest’ultima faccia parte in larga misura della mia professione). La ragione principale – ferma restando l’intrinseca indubbia rilevanza della tematica – consiste nel tentativo di dare giusto spazio ad un’analisi filosoficamente elevata della tecnologia che sia, per una volta, lontana sia da quel vago sentimento di sospetto e minaccia, timore misto a disprezzo che non può che derivare da massicce dosi di ignoranza e inconsapevolezza, sia da quell’entusiastica apologia del blog che per qualche demagogo ipermediatico à-la Grillo sarebbe la nuova frontiera della democrazia (pensiamo veramente che la rete sia l’antidoto alle derive autoritarie? Bah). Questo significa due cose: da una parte, considerare filosoficamente le tecnologie informatiche in modo serio significa analizzarne l’impatto sulla nostra forma mentis in modo scevro da pregiudizi, esattamente come oggi facciamo senza particolari preoccupazioni nel guardare alla transizione fra oralità e scrittura. Di conseguenza, ben vengano le analisi sui rischi della costruzione di un’identità superficiale o addirittura di una non-identità, ma anche quelle sulla possibilità di usufruire di un paradigma di accesso e produzione delle idee esponenzialmente diffuso, semplice e velocissimo, assolutamente non incompatibile con la profondità di contenuto, laddove necessaria. Dall’altra parte, se è vero che l’uomo si dota di strumenti e “protesi” di se stesso da sempre, in parte modificando la propria “essenza” ma restando sempre ontologicamente uomo, non vedo perché oggi dovremmo avere terrore di quei nuovi strumenti che lo stesso uomo crea per estendere i propri poteri. Si potrà dire che il loro vertiginoso sviluppo ormai ci trasforma senza nemmeno lasciare il modo ed il tempo per elaborare criticamente la transizione, ribaltando il rapporto gerarchico uomo – macchina (la seconda finirebbe col dominare il primo). Tutto questo è noto. Meno evidente alla memoria è la considerazione che una delle facoltà che distinguono l’uomo dalla bestia è la prerogativa del primo di doversi considerare responsabile di ciò che fa (Prof. Valerio Pocar a parte, che conservando un’antropologia deprimente, racchiude tutto il mondo animale, uomo compreso, in un’organizzazione biologica evolutivamente orientata per la quale Egli non ha modo di considerarsi superiore alla Sua gatta). Ecco allora che, anche nei contesti più difficili ed imprevedibili, reticolari e caotici, globali e conflittuali (un po’ di aggettivi alla moda) io non accetterò mai che qualche intellettuale cerchi di gettare fumo negli occhi atteggiandosi a profeta di tecnologica sventura. Se Heidegger doveva ritenere di ritirarsi in silenzio nella Selva Nera, avrebbe dovuto farlo per espiare il suo vergognoso rapporto col nazismo, prima che per l’ascetica meditazione apocalittica riguardo la scienza dominatrice che era di là da venire: un gigante del Novecento che, come Sartre, è stato sovranamente irresponsabile. Da una parte, costoro lanciavano grida di dolore nei confronti della società positivistica, credendo che questa tramasse contro l’uomo, e dall’altra sostenevano concezioni sociali e politiche apertamente totalitarie, senza che la storia delle idee abbia fatto ancora giustizia (di Sartre si parla come di una specie di umanista, mentre a Raymond Aron spettano al massimo pochi trafiletti nei manuali). Come irresponsabili sono stati e sono troppi pensatori, non pensando o non capendo quanto pericolose possano essere le conseguenze delle loro idee, nondimeno anche coloro che non si occupano professionalmente di filosofia (o presunta tale) dovrebbero sapere benissimo che le macchine che hanno a disposizione sono come medicinali – leggere attentamente le avvertenze. Se non lo si fa, si è degli irresponsabili – nessun genitore accorto terrebbe un figlio piccolo su Internet per giornate intere, anche se vi può trovare informazioni utilissime per la sua ricerca sugli animali.

Non credo che quest’ultimo paragone sia del tutto banale. Si dice che la scuola dovrebbe fornire strumenti critici per interpretare il mondo e fare scelte consapevoli, piuttosto che sparare nozioni; ebbene, il mondo oggi è fortemente e sempre più tecnologico, e non credo che la tendenza si invertirà (a meno forse di una catastrofe nucleare). Dunque, la scuola dovrebbe contribuire a formare giovani che, tra le altre cose, sappiano cosa significhi utilizzare consapevolmente le macchine (non so quanto siano preparati i loro educatori a questo compito). Così è - che ci piaccia o meno - e questo è il mondo che stiamo creando noi, non qualche “potere forte” evocato regolarmente quando preferiamo lagnarci piuttosto che far qualcosa per risolvere i problemi. Quando lo sviluppo tecnologico apre a problemi inaspettati, che l’uomo si riappropri delle proprie capacità critiche, elabori collegialmente una soluzione accettabile evitando la violenza, cercando di far morire le stupidaggini al posto suo, come scrive il vecchio Popper. Ciò può anche significare andarci molto piano con qualche frontiera tecnologica, se materialmente od eticamente potrebbe rivelarsi pericolosa – leggasi nichilisti giocolieri dell’embrione.

Io sono abbastanza sicuro che molti filosofi del passato, anche remoto, sarebbero stati entusiasti dello sviluppo scientifico e tecnologico che noi vediamo, considerandolo un successo del pensiero. Bacon, Descartes, Leibniz, gli stessi Platone e Aristotele avrebbero gridato al miracolo, e non avrebbero fatto gli schizzinosi. Se esiste qualcosa come la ragione – a parte coloro i quali la disprezzano apertamente, o le dicono addio, o ne propongono definizioni tra le più incompatibili – questa non farà troppe distinzioni tra un filosofo che analizza la realtà con occhi onesti, uno scienziato che opera al microscopio, un ricercatore in automatica o un economista: tutti sono chiamati a rispondere di ciò che producono, e tutti sono chiamati a capire il modo corretto di utilizzarlo; il resto ricade nel larghissimo terreno dell’irresponsabilità, più o meno inconsapevole, comunque colpevole.

Data: 21.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Superiorità della nuova scrittura informatico-telematica (da un antico mito ritrovato)

Ho udito narrare che, presso Seattle, c’era un giovane figlio di un procuratore e di un’insegnante, e il suo nome era Bill. Dicono che egli abbia scoperto una versione del linguaggio BASIC per il primo microcomputer, il MITS della Altair, che insieme all’amico Paul abbia fondato la Microsoft Corporation e che sia diventato l’uomo più ricco del mondo. Quando l’uomo più ricco del mondo mostrò le sue invenzioni all’uomo più potente del mondo, che si chiamava anch’egli Bill, gli disse: “Questa conoscenza, o presidente, renderà gli uomini più veloci nell’informarsi e più capaci di scoprire nuove verità, attraverso una comunità scrivente”.

E l’uomo più potente del mondo chiese: “Che cos’è una comunità scrivente?”

“E’ un progetto di scrittura collettiva da parte di gruppi formali o informali volto a costruire interpretazioni e chiavi di lettura complesse riguardo a un particolare dominio conoscitivo. Le pratiche di scrittura collettiva sono volte a fornire un’immagine di sé in quanto comunità e della propria azione nel contesto-mondo. Nelle società dell’informazione del XXI secolo, la ricerca e la costruzione di identità diventa sempre più una necessità intrinseca alle relazioni fra gli individui. Una comunità scrivente cerca di coagulare, attorno a un tema specifico, l’interesse per la stratificazione di significati e l’autorappresentazione attraverso la scrittura. Si tratta quindi di una meta-riflessione che si richiama nella pratica all’antropologia, applicando tale sguardo critico non all’altro, ma a sé e al proprio mondo”, rispose Bill (ricco).

Allora Bill (potente) sentenziò: “O ingegnosissimo Bill, a parte il fatto che non ho capito granché di quello che hai detto, e a parte il fatto che con il tuo discorso prolisso rischi di farmi sconfinare dalla giusta misura di una schermata, sappi che c’è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo il padre della scrittura elettronica, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti la sua invenzione avrà per effetto di produrre non una identità, ma una perdita dell’identità, poiché quando gli esseri umani, attraverso questo strumento simbiotico della comunicazione, si saranno formati una nuova protesi per il proprio sistema nervoso centrale, essi non potranno più farne a meno, e non ascolteranno i consigli di chi li invita ad usare con moderazione quegli strumenti, ma, come fanciulli improvvidi, ne abuseranno come di un gioco. Inoltre essi crederanno di essere padroni della propria identità personale, in quanto potranno simulare, benché siano bruttine stagionate o scarsini precoci, di essere cloni di Angelina Jolie o Brad Pitt, ingannando chi li legge attraverso il mezzo, ma dopo un po’ si renderanno conto di crederci essi stessi, e di non sapere più esattamente chi sono, con la mente obnubilata dalla nuova illusione, più perfida di quella di Narciso. Peggio ancora quando, credendosi geniali come Einstein o Eco, rovesceranno sulla rete una marea di alghe anziché buon pesce.”

“Sì – rispose Bill (ricco) – ma proprio qui sta il bello: la mia scrittura è liquida e chiunque si renda conto del carattere effimero di ciò che sta scritto può cancellarla con un colpo di spugna, ristabilendo l’equilibrio della comunità scrivente. Così il mezzo diverrà veramente democratico e contribuirà alla creazione di un nuovo brainframe…”

“Appunto – replicò Bill (potente) – la tua scrittura diventa facilmente obsoleta e allora chi ritenesse di tramandare un’arte con la tua scrittura, e chi la ricevesse convinto che da quel tipo di scrittura potrà trarre qualcosa di chiaro e saldo, dovrebbe essere colmo di grande ingenuità. Inoltre non venirmi a fare ramanzine sociologiche proprio tu che sei stato condannato a 497 milioni di euro di multa per abuso di posizione dominante e violazione delle norme antitrust. Sappi che nel mondo esistono milioni di persone che neppure possono comperarsi un computer, alle quali dunque è preclusa, almeno per ora, questa tappa evolutiva dell’intelligenza”

“Ok – concluse Bill (ricco) – allora mettiamoci d’accordo noi ricchi e potenti: io non metterò in discussione te, e tu mi lascerai concludere in pace i miei business”.

Così Bill (potente) pronunciò un discorso celebrativo di Bill (ricco) di fronte a 30 mila persone, e pochi vissero felici e contenti alla faccia dei più che vissero miserabili e ignoranti.

Nuovo commento