FILOSOFIA E EVOLUZIONISMO - RELATORE: VALERIO POCAR

26.02.2007 21:00
 
 
I Darwin Day nascono negli Stati Uniti a metà degli anni novanta: da allora, il 12 febbraio è diventato un evento di dimensioni planetarie; ovunque si tengono conferenze, incontri, dibattiti ed eventi vari che celebrano i valori della ricerca scientifica e del pensiero razionale. Nel 2003 il Darwin Day è arrivato anche nel nostro Paese.
 
Il processo evolutivo in senso meccanicistico è, dal punto di vista teleologico, frutto del “caso”? (E.H.Haeckel).
 
Può essere considerato come manifestazione nella natura di un disegno provvidenziale? (Teilhard de Chardin)
 
(L’approfondimento su questo tema, di grande interesse e di notevole importanza filosofica, può portare alla volontà del Caffè Filosofico di ulteriormente sviluppare l’argomento il prossimo anno anche da molti punti di vista)
 
Il Prof. Valerio Pocar è ordinario di Sociologia del Diritto nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano-Bicocca, presso la quale è Direttore del Dipartimento dei Sistemi Giuridici ed Economici e titolare anche dell’insegnamento di Bioetica. E’ avvocato di Cassazione. 
È autore di oltre centocinquanta pubblicazioni; dal 1990 ha pubblicato numerosi saggi in tema di diritti degli animali, tra i quali Gli animali non umani. Per una sociologia dei diritti (Laterza, Roma-Bari, 3° ed. 2005). Dal 1998 al 2006 è stato Presidente della Consulta di Bioetica (Milano).
 
 
 
 
 
INTERESSI UMANI, INTERESSI ANIMALI. DELLA ZOOFAGIA.
di Valerio Pocar *
 
Se gli animali non umani sono, anche se forse in misura meno piena che non gli uomini, “persone”, nel senso che possiedono indubitabilmente le caratteristiche minime della personalità, come la sensibilità, la consapevolezza di sé stessi nel contesto spaziale e temporale, almeno qualche tratto d’intelligenza, la capacità di usare un linguaggio. E se, in quanto persone, essi nutrono e debbono quindi essere loro riconosciuti certi interessi minimi, ma fondamentali, come quello a mantenere la vita individuale, a riprodursi, a non soffrire ingiustificatamente e a godere della minima qualità della vita corrispondente alle caratteristiche etologiche proprie di ciascuna specie, si pone il problema del bilanciamento degli interessi animali con quelli umani.
Se il soddisfacimento degli interessi degli animali non contrasta col soddisfacimento degli interessi degli esseri umani, sembra conforme a un ovvio criterio morale che quegli interessi debbano essere rispettati, perché non vi sarebbe alcuna ragione per recare un danno. Spesso però pensiamo che gli interessi umani e quelli animali entrino in conflitto e si pone quindi la questione del loro bilanciamento, per stabilire quali meritino di prevalere e in quale misura. Agli interessi, infatti, non può essere sempre attribuita la medesima importanza: solo se ogni individuo potesse vivere per conto suo potrebbe anche pretendere che nessuno limiti i suoi desideri e potrebbe anche stabilire, nella sua piena autonomia, la gerarchia dei suoi interessi. Nella, peraltro inevitabile, interazione con altri soggetti, viceversa, la facoltà di avanzare pretese trova limiti nelle pretese altrui e la potenziale illimitatezza della libertà degli individui si scontra con limiti più o meno ristretti, proprio secondo il merito attribuito alle rispettive pretese. Merito che è strettamente collegato ai valori condivisi di una collettività, in altre parole, al peso che la cultura di quella medesima collettività assegna ai diversi interessi in conflitto.
Nelle relazioni tra i soggetti umani è in generale compito delle norme sociali e giuridiche di effettuare il bilanciamento degli interessi, fissando – e garantendo - il punto nel quale una certa pretesa deve cedere a un’altra pretesa. Se le pretese in conflitto si fondano sul medesimo interesse questo punto è o dovrebbe essere esattamente quello mediano: Tizio ha interesse a essere libero, ma la sua libertà potrà espandersi finché non s’imbatterà, a metà strada, nella libertà di Caio, altrettanto meritevole di rispetto. Se gli interessi che fondano le rispettive pretese sono diversi, il punto si collocherà, invece, secondo l’apprezzamento, espresso nelle norme, che la cultura della collettività assegna ai diversi interessi. Solo un esempio, che potrà sembrare paradossale, ma chiarisce la questione. Un rapinatore ha l’interesse ad arricchirsi compiendo rapine a danno della collettività dei cittadini onesti e questi ultimi hanno l’interesse a non restare impoveriti e impauriti per via delle rapine. Poiché il comune sentire stima l’interesse della collettività degli onesti come assai importante e quello del rapinatore come indegno di qualsivoglia apprezzamento, la legge penale vieta la rapina e garantisce la collocazione del punto di scontro tra gli interessi con una sanzione severa.
E’ chiaro, a questo punto, che il presupposto necessario del bilanciamento degli interessi come fonte delle regole che stabiliscono le rispettive e reciproche limitazioni è l’idea dell’eguaglianza dei soggetti implicati. E la costatazione che non sempre interessi di pari importanza vengano trattati nel medesimo modo e che interessi di peso differente vengono bilanciati non presupponendo l’eguaglianza dei soggetti che li nutrono, per via della variegata e ineguale distribuzione del potere, con la conseguenza che le regole giuridiche e sociali favoriscono immeritatamente certi interessi a scapito di altri, suscita, non per caso, un certo disagio morale.
Nelle relazioni tra gli umani e gli animali la prospettiva antropocentrica e specista, fondata sul potere degli umani, ha da sempre operato un bilanciamento degli interessi del tutto squilibrato, riconoscendo agli umani il diritto di agire a loro piacimento nei confronti degli animali, non solo quando i rispettivi interessi entrano in conflitto, ma persino quando il conflitto d’interessi non sussiste, e negando qualsivoglia riconoscimento o tutela agli interessi animali. Un bilanciamento, insomma, in base al quale gli interessi animali vengono azzerati, senza tenere in alcun conto l’importanza del loro interesse e l’irrilevanza dell’interesse umano. Di fatto, tale prospettiva finisce col negare che gli animali possano avere interessi.
Nella prospettiva aperta dall’etica aspecista il discorso cambia radicalmente. Gli interessi degli umani e degli animali sono entrambi potenzialmente degni di attenzione e devono essere bilanciati secondo la loro rispettiva importanza e, quando si tratti di interessi identici, rispettati nell’identica misura. Se si rifiuta la discriminazione sulla base della specie, l’interesse di un essere umano alla preservazione della vita individuale è identico a quello dell’animale, sicché entrambi meritano il medesimo rispetto e la medesima tutela. Vi sono poi casi in cui l’interesse umano sia inesistente o inconfrontabilmente inferiore a quello dell’animale, sicché a quest’ultimo deve essere accordata la prevalenza. Per esempio, è da ritenersi immorale, per esercitare la propria mira, preferire il tiro al piccione anzi che il tiro al piattello, oppure, per trovare godimento in spettacoli di abilità nei circhi, preferire il salto della tigre attraverso il cerchio di fuoco anzi che ammirare l’umana abilità dei giocolieri.
Una questione sulla quale l’attenzione umana è disposta a soffermarsi soltanto con molta difficoltà, nonostante la sua cruciale importanza, è la questione della zoofagia, vale a dire l’uso di cibarsi di alimenti di origine animale, pratica che, come ben si sa, viola tutti gli interessi fondamentali degli animali. Tale uso viene di regola giustificato argomentando che tali alimenti sarebbero necessari per il sostentamento della vita umana. Se davvero fosse così, il sacrificio dell’interesse animale alla vita sarebbe bilanciato dal soddisfacimento di un interesse umano di eguale importanza e, anzi, se davvero di una necessità si trattasse, non si porrebbe neppure una questione morale, giacché nel regno della necessità il giudizio morale non ha cittadinanza.
La zoofagia, però, non è una necessità o, se mai lo è stata, certo non lo è più. Si tratta di una scelta, che, in quanto scelta, può essere sottoposta alla valutazione morale. Un’alimentazione vegetale, se corretta e sufficiente, è perfettamente adatta e adeguata, infatti, al sostentamento degli individui della specie umana e, del resto, una parte dell’umanità non si alimenta di prodotti di origine animale. Ed è certo che i problemi di malnutrizione e di denutrizione che affliggono tanti uomini hanno a che vedere con la quantità delle risorse alimentari di cui dispongono e non con le loro scelte alimentari.
La scelta zoofaga, dunque, non si giustifica con la necessità del sostentamento della vita umana, bensì con altri molteplici interessi che difficilmente potremmo considerare degni di confronto con l’interesse dell’animale alla vita. Tali non sono gli interessi economici degli allevatori o dei macellai e tale certamente non è quello del soddisfacimento di preferenze o abitudini alimentari in ossequio a tradizioni che, in quanto immorali, debbono essere abbandonate.
Ma questi interessi umani, il cui soddisfacimento certamente non bilancia il danno recato agli animali, sono poi davvero interessi degli esseri umani?
Non occorre richiamare i possibili danni dell’uso di prodotti animali a rischio per via di metodi dissennati di allevamento e di commercializzazione (mucca pazza, polli alla diossina, vitelli agli ormoni e via enumerando). Molti nutrizionisti, del resto, hanno da tempo sottolineato i rischi che una dieta carnea presenta per la salute degli esseri umani. Con un documento del 30 novembre 2003 la American Dietetic Association e i Dietitians of Canada hanno affermato che “le diete vegetariane correttamente bilanciate sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale e comportano benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie”, quali l’obesità, le malattie cardio-vascolari, l’ipertenzione, il diabete, l’osteoporosi, le malattie renali nonché tutti i tipi di cancro, e risultano adeguate in tutti gli stadi del ciclo vitale, dalla prima infanzia alla vecchiaia, compresa la gravidanza e l’allattamento. Del resto, sono ben noti i benefici della cosiddetta “dieta mediterranea”, conseguenti al fatto ch’essa è, tradizionalmente, poverissima di carne.
La dieta vegetariana e il rifiuto della zoofagia sono, dunque, profittevoli per la salute degli umani. Non meno importante è la considerazione che la produzione di alimenti carnei contribuisce in misura determinante al problema della fame nel mondo, sia per lo spreco di potenzialità nutritiva sia per i danni ecologici da inquinamento e soprattutto da uso indiscriminato delle risorse idriche: la medesima estensione di terreno, coltivata a cereali o leguminose per il consumo umano diretto, produce proteine vegetali dieci volte più di quanto non se ne ottengano se coltivata a pascolo o per la produzione di mangimi per l’allevamento di animali da carne. Il fatto che i paesi poveri rinuncino alla coltivazione di alimenti vegetali per il consumo diretto a favore della produzione di foraggi o di carne destinata al consumo dei paesi ricchi completa un quadro di dissennata e iniqua distribuzione delle risorse. Il cibo prodotto nel mondo sarebbe ampiamente sufficiente a sfamare tutta la popolazione umana, ma lo spreco di risorse, provocato anzitutto dalle abitudini alimentari di una parte minoritaria degli uomini, fa sì che nove milioni di esseri umani muoiano ogni anno per denutrizione e quasi un miliardo di persone sia condannato a malnutrizione cronica.
Se la zoofagia, causa di sofferenza e di morte per milioni anzi miliardi di animali, esseri senzienti trattati puramente come merce, costretti a una vita innaturale in condizioni di grande sofferenza e destinati a una morte crudele, non corrisponde agli interessi degli umani, ci troviamo - se guardiamo serenamente le cose - di fronte a un doppio livello di immoralità. L’interesse alla vita e al benessere degli animali viene sacrificato in nome di un interesse umano che non soltanto non è neppur lontanamente confrontabile con quello, ma addirittura costituisce un falso interesse degli uomini o, più esattamente, costituisce l’interesse di alcune individuabili categorie umane solamente. Si tratta dell’uso, immorale e ingiusto, del potere umano contro gli animali e dell’uso, immorale e ingiusto, del potere di certi umani contro altri umani.
Un analogo ragionamento dobbiamo svolgere nei confronti della sperimentazione sugli animali, che parimenti sacrifica tutti i loro interessi fondamentali. La sperimentazione viene giustificata in nome di un preteso confliggente interesse umano al progresso scientifico volto, in particolare, ad assicurare la salute e il benessere degli uomini. Ma la sperimentazione, oltre ad essere in sé crudele, garantisce tale interesse umano? Lascio ad altri, ben più esperti di me, di dare il loro giudizio sulla questione, ma non posso non sottolineare come il semplice fatto che vi sia tanta controversia in merito alla reale utilità della sperimentazione dovrebbe suggerire la massima cautela e, nel dubbio, un atteggiamento di prudente astensione. Che se poi vi fosse il rischio che la sperimentazione, anziché favorire gli interessi umani, si pone in contrasto con essi, ci troveremmo da fronte, ancora una volta, a una doppia immoralità, tanto nei confronti degli animali quanto nei confronti degli umani, con la conseguenza che a uscirne tutelati sarebbero solamente gli interessi particolari di alcuni umani (imprese farmaceutiche, ricercatori-sperimentatori e così via) che in alcun modo possono essere posti equamente in bilanciamento con gli interessi animali e gli stessi autentici interessi umani. Senza sottovalutare il paradosso sul quale la sperimentazione si fonda, paradosso di ben difficile soluzione etica: la sperimentazione avrebbe senso solamente se gli animali fossero sufficientemente simili all’uomo sì da consentire di riferire a quest’ultimo i suoi risultati, ma se gli animali sono sufficientemente simili all’uomo la sperimentazione sarebbe immorale in quanto lesiva di “persone” portatrici di diritti soggettivi fondamentali proprio in quanto simili all’uomo.
 
(*) valerio.pocar@unimib.it
Valerio Pocar
 
 
 
Offesa alla religione mediante vilipendio di persone: una recente sentenza della Corte Costituzionale (in I diritti dell’uomo, 2/2005, pp. 87-89)
 
Recentemente, la Corte costituzionale (sentenza n.168/2005 del 29 aprile 2005, presidente Capotosti, relatore ed estensore Neppi Modona) ha reso una pronuncia assai interessante in merito alla legittimità costituzionale dell’articolo 403, commi primo e secondo, del codice penale (offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone) (1). Una sentenza interessante non soltanto per ciò che dice, ma anche per le considerazioni ch’essa può suggerire.
Il Tribunale di Verona, chiamato a giudicare il caso di una persona imputata per aver offeso, durante un dibattito televisivo, la religione dello Stato (leggi, la religione cattolica) mediante vilipendio di chi la professa e di ministri del culto cattolico, aveva sottoposto alla Corte il dubbio di legittimità costituzionale della norma sopra citata, con riferimento agli articoli 3 primo comma (principio di eguaglianza e non discriminazione) e 8 primo comma (libertà religiosa) della Costituzione, giacché l’imputato, se mai ritenuto responsabile del reato ascritto, non avrebbe potuto beneficiare della diminuzione di pena prevista dall’articolo 406 del codice penale (2) per il vilipendio dei culti ammessi, diminuzione di pena applicabile solo alle confessioni religiose diverse da quella cattolica, non esistendo più una religione di Stato dopo l’entrata in vigore della legge 25 marzo 1985 n. 121 che ha dato esecuzione all’accordo del 18 febbraio 1984 tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (il concordato attualmente in vigore).
La Corte ha accolto il rilievo del Tribunale e - sulla premessa che a seguito delle modificazioni subite dal concordato lateranense recepite dalla legge del 1985 è venuto meno il principio secondo cui la religione cattolica è la sola religione dello Stato e che pertanto in luogo di religione dello Stato deve leggersi religione cattolica e in luogo di culti ammessi religioni diverse da quella cattolica – ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma sopra richiamata nella parte in cui prevedeva, per le offese alla religione cattolica mediante vilipendio di chi la professa o di un ministro del culto, la pena della reclusione rispettivamente fino a due anni e da uno a tre anni, anziché la pena diminuita stabilita dall’articolo 406 del codice penale.
Così facendo, la Corte ha completato un’opera di equiparazione del trattamento penale per il vilipendio della religione, meglio ormai delle religioni, opera iniziata con la sentenza n.329/1997 in tema di offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di cose (articolo 404 primo comma del codice penale), proseguita con la sentenza n.508/2000 in tema di vilipendio della religione dello Stato (articolo 402) che ha eliminato dall’ordinamento la fattispecie incriminatrice, poi ancora con la sentenza n. 327/2002 in tema di turbamento di funzioni religiose del culto cattolico (articolo 405) e ora, appunto, conclusa con la sentenza della quale si parla.
L’esigenza costituzionale che sottostà a tutte queste pronunce di equiparazione del trattamento sanzionatorio per le offese recate sia alla religione cattolica sia alle altre confessioni religiose sarebbe quella della “eguale protezione del sentimento religioso”.
La sentenza della quale trattasi è - direi, ovviamente – condivisibile. Caduta l’idea della religione di Stato (quanti decenni ci sono voluti?) e il relativo privilegio a favore della religione cattolica che comportava una intollerabile discriminazione nei confronti delle altre confessioni religiose, l’attività di equiparazione svolta dalla Corte ha rappresentato un processo di razionalizzazione formale e sostanziale dell’ordinamento giuridico.
Questo processo, tuttavia, non appare del tutto compiuto. Per esempio, permane una valutazione di maggiore gravità per il vilipendio che si concreti in offese a un ministro del culto anziché al semplice fedele, quasi che un’opinione religiosa sia più meritevole di rispetto secondo la posizione gerarchica interna degli aderenti a ogni singola confessione. A ben guardare, è ancora il principio della religione di Stato che fa capolino dalla finestra dopo essere stato cacciato dalla porta. Se il bene giuridicamente tutelato, infatti, è il “sentimento religioso”, chi potrebbe mai dire che tale sentimento non sia più autentico o più importante per il semplice fedele rispetto a quello di una qualche autorità ecclesiastica? Se è corretto (lo dice il dizionario) intendere il termine vilipendere come “offendere, disprezzare in modo grave e manifesto”, perché mai l’offesa o il disprezzo gravi e manifesti dovrebbero pesare più o meno secondo il “peso” del soggetto offeso, trattandosi pur sempre della lesione di un diritto soggettivo?
V’è anzi da chiedersi se l’intero capo I del titolo IV del codice penale (Dei delitti contro la religione e i culti ammessi) non rappresenti, nel suo complesso, una norma fonte di discriminazione, non più tra coloro che professano religioni diverse, ma tra coloro che una qualsivoglia religione professano, da una parte, e coloro che non ne professano alcuna, gli indifferenti, gli agnostici o gli atei, dall’altra parte. E’ ragionevole che la legge penale accordi uno speciale riconoscimento e una speciale tutela a favore di persone, cose e funzioni d’ispirazione religiosa e non accordi il medesimo riconoscimento e la medesima tutela a persone, cose e funzioni d’ispirazione non religiosa, atea od agnostica? E’ ragionevole, in altre parole, sostituire il vecchio privilegio per la religione di Stato con un privilegio nei riguardi di ogni religione? Ed è, tutto ciò, costituzionale?
Sappiamo benissimo che buone ragioni storiche hanno giustificato e tuttora giustificano - là dove le religioni di Stato (o magari anche gli ateismi di Stato) hanno comportato e comportano discriminazioni tra i cittadini che professano religioni diverse o comunque una religione - una speciale affermazione del riconoscimento della pari dignità di ogni fede religiosa. Ma come dimenticare che proprio in quei luoghi e in quei tempi una discriminazione forse anche maggiore colpiva e colpisce i liberi pensatori, gli agnostici e gli atei? Lo spirito “ecumenico”, che in tempi recenti ha mosso gli esponenti di religioni istituzionali e tradizionalmente affermate, si è indirizzato alla ricerca di elementi comuni di fratellanza tra le chiese, ma non si è mai spinto fino a includere nella prospettiva della fratellanza anche coloro che considerano la religione, in quanto tale, un fenomeno puramente storico e culturale. Insomma, absit iniuria verbis, si comprende bene che asinum asinus fricat, vale a dire, in lingua più grossa, che “cane non mangia cane”, ma si tratta di scelte ecclesiastiche, rispetto alle quali lo Stato dovrebbe restare perfettamente estraneo e indifferente.
Un solo esempio per chiarire il concetto. Qualcuno ha pubblicato, in occasione della recente elezione di Benedetto XVI al soglio pontificio, una vignetta satirica allusiva a presunti precedenti nazionalsocialisti del nuovo papa: e subito qualcun altro ha invocato l’articolo 403 del codice penale. Forse di cattivo gusto la vignetta e magari stupida, stupidissima la reazione, ma l’articolo 403 sta tuttavia nel codice penale. Qualcuno ha fatto affiggere manifesti che accusavano dichiaratamente di propensioni nazionalsocialiste coloro che raccoglievano firme per la proposizione dei referendum per l’abrogazione di parti della legge sulla fecondazione assistita ritenute particolarmente lesive di diritti fondamentali delle cittadine e dei cittadini e, nel corso del dibattito referendario, innumerevoli volte i sostenitori dei “sì” sono stati tacciati di nazismo: quale articolo del codice penale invocare per questo “vilipendio”?
Beninteso, è certo che gli atei e gli agnostici non desiderano né chiedono uno speciale riconoscimento del loro punto di vista e del pari è certo che loro basterebbe e avanzerebbe che il diritto di libertà di opinione e della sua espressione, che ogni costituzione degna di questo nome riconosce, sia effettivamente garantito. Ciò che è tuttavia difficile comprendere, non soltanto per gli atei, ma per i cittadini democratici, è lo speciale riconoscimento giuridico accordato a un particolare tipo di opinione, quella religiosa (perché sembra difficile dubitare che di un’opinione si tratti), quasi che vi fossero opinioni di vario rango, di serie A e di serie B. Come avrebbe detto Orwell, parafrasando sé stesso, forse che le opinioni sono tutte eguali, ma qualche opinione è più eguale di un’altra? Come si accorda tutto ciò con la laicità dello Stato e del diritto, fondamento della democrazia? Come accettare che taluno sia più garantito di altri nel rispetto delle sue opinioni e possa, più di altri, esprimere la propria?
E’ davvero un peccato che, in ossequio al principio della limitazione del thema decidendum a quanto devoluto dal giudice remittente, la Corte non abbia – con scelta del tutto corretta, s’intende – potuto prendere in considerazione la richiesta avanzata, nel corso del processo costituzionale, dalla parte privata. Il difensore dell’imputato, infatti, aveva domandato che l’esame da parte della Corte si allargasse a una valutazione di illegittimità costituzionale dell’intero articolo 403 del codice penale sì da giungere alla sua integrale caducazione. Osservava a questo proposito il difensore dell’imputato che la norma in esame determina una disparità di trattamento perché punisce solo le offese alla religione cattolica e ai culti ammessi nello Stato e non anche le offese recate all’ateismo, all’agnosticismo o a qualsivoglia altra religione che tra quelle non rientri, sicché sarebbe necessario ripristinare “la parità di trattamento tra ideologie religiose positive e negative” tramite l’abrogazione dell’intera norma, tenendosi altresì conto che “le offese all’onore o al decoro di chi crede e di chi non crede” trovano già tutela nelle disposizioni del codice penale concernente i delitti contro l’onore. Sarà per una prossima volta.
Sin d’ora, però, vorremmo avanzare qualche considerazione in merito all’opportunità di mantenere il concetto stesso di vilipendio nell’ambito della previsione penale per ciò che concerne la/e religione/i. L’articolo 403 del codice penale prevede la punizione di colui che “pubblicamente offende la religione …, mediante vilipendio di chi la professa” ovvero “mediante vilipendio di un ministro del culto”. L’articolo 404 prevede la punizione di colui che offende la religione “mediante vilipendio di cose che formino oggetto di culto, o siano consacrate al culto, o siano destinate necessariamente all’esercizio del culto”. L’articolo 405 prevede la punizione di colui che “impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto…”, con pena aggravata se “concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia”. Sono tutti comportamenti già puniti da altre disposizioni del codice penale e davvero non si comprende il bisogno di prevederli come fattispecie particolari allorché siano collegate a certi culti o al loro esercizio. A ben guardare, ancora, dato per fermo che le offese non sono mai consentite, il disprezzo, quando non si concreti in offesa, è a sua volta una pura e semplice opinione, magari sgradevole, ma pur sempre un’opinione. Non solo, ma, mentre è certo che si possono offendere le persone, con un comportamento, lo ripetiamo, giustamente censurabile, si possono “offendere” le cose? di più, si possono “offendere” le idee e le opinioni? Chi dicesse che Hegel è un imbecille offenderebbe Hegel, ma chi dicesse che il pensiero di Hegel è una congerie di stupidaggini disprezzabili offenderebbe Hegel o esprimerebbe una legittima opinione sulla sua filosofia? L’errore è nel manico, vale a dire nel riconoscimento di uno statuto privilegiato per le opinioni religiose rispetto alle opinioni tout court. Viceversa, è chiaro che nel momento stesso in cui si riconoscono come degne di eguale trattamento le diverse concezioni religiose si ammette la loro pluralità ed esse concezioni vengono ridotte al rango (o forse elevate al rango) appunto di mere opinioni. Mere opinioni che, al pari di tutte le altre, possono essere nutrite, espresse e propagandate, meritando il rispetto che a tutte le opinioni è dovuto, senza discriminazioni, ma anche senza privilegi.
 
(1) Art. 403. (Offese alla religione dello Stato mediante vilipendio di persone). Chiunque pubblicamente offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di chi la professa, è punito con la reclusione fino a due anni.
Si applica la reclusione da uno a tre anni a chi offende la religione dello Stato, mediante vilipendio di un ministro del culto cattolico.
(2) Art. 406: (Delitti contro i culti ammessi nello Stato). Chiunque commette uno dei fatti preveduti dagli articoli 403, 404 e 405 contro un culto ammesso nello Stato, è punito ai termini dei predetti articoli, ma la pena è diminuita.
 
 
 
 

 

Dibattito

Data: 21.06.2013

Autore: Tiziano Guerini

Oggetto: EVOLUZIONISMO / CREAZIONISMO

Si è recentemente riacceso un dibattito che in realtà non si era mai spento, fra sostenitori del creazionismo e sostenitori dell’evoluzionismo. Le due posizioni sono note: la prima individua l’origine dell’uomo e della sua specificità rispetto agli altri esseri cioè l’intelligenza, in un intervento razionale e finalistico eccezionale ed estraneo all’uomo stesso; la seconda affida tutto ciò che caratterizza l’uomo, ed in particolare la sua intelligenza, ad un processo evolutivo quale schematicamente è stato per la prima volta espresso da Charles Darwin.

Ora – ed è questa un po’ la novità – negli Stati uniti d’America è in campo una teoria che, almeno a parole, intenderebbe porsi come un elemento di mediazione fra le due posizioni: la teoria dell’”irriducibile complessità” dell’essere vivente e in particolare dell’uomo che spingerebbe a ritenere insufficiente la concezione evoluzionistica, pur accettata per taluni passaggi biologici, per spiegare appunto la complessità e unicità della vita. In particolare si sostiene insufficiente rimanere nel solo riferimento alla materia per arrivare alla coscienza.

In realtà tale concezione non fa che spostare un poco più in avanti il problema e rivendicare da ultimo ancora la necessità dell’intervento creazionistico.

Ancora una volta appare necessario distinguere l’ambito della scienza da quello della fede e della filosofia. Aspettarsi che sia la scienza a risolvere problemi di carattere “globale”- quale è appunto la spiegazione dell’origine della vita razionale – significa tradire il significato stesso della scienza, che si pone come una indagine specifica nel campo della parzialità , ambito da cui essa in nessun modo può uscire avendo come unico strumento a disposizione l’osservazione empirica ( per quanto sempre più potenziata e sofisticata). Diverso è l’ambito della fede che invece si propone esattamente di superare la barriera del mondo empirico per far posto a convinzioni e a credenze di carattere “assoluto” frutto di una illuminazione o addirittura di una rivelazione divina. Si tratta insomma di credere negli “invisibilia” sulla base di un rapporto di fiducia nei confronti di Dio.

In nessun modo la scienza potrà parlare esplicitamente della dimensione dell’assoluto; così come non potrà essere la dimensione dell’assoluto a spiegare le domande scientifiche. L’”irriducibile complessità” intende essere una dimensione tutto sommato di fede indebitamente infiltratasi nel campo scientifico. Potrà anche essere vera, ma in nessun modo potrà fregiarsi (o abbassarsi) del titolo di scienza. Ma la filosofia invece, è appunto il luogo dove “con verità” si affronta la dimensione della totalità, o dell’assoluto.(ciò che riguarda il “tutto” non può che riguardarlo per sempre). Dove quindi il problema dell’origine (e del fine) trova la sua risposta; e la trova nella affermazione incontrovertibile dell’impossibilità che ciò che è, sia stato un niente, o possa diventare mai un niente. E’ quindi sulla base del principio di non contraddizione riferito all’essere che la figura filosofica della “creazione dal nulla” esprime invece la propria autocontraddizione.

Ritorna prepotente d’attualità la domanda che il neoplatonico rivolgeva a S. Agostino: “che faceva Dio prima di creare?”. E non si potrà stavolta sfuggire al problema con abilità puramente retorica.

Data: 21.06.2013

Autore: Secondo Giacobbi

Oggetto: Riflessione

Anch'io mi sono chiesto : ma come è possibile che l'evoluzionismo sia oggetto, all'alba del XXI secolo, di attacchi così aggressivi e imprevedibili, in un' epoca comela nostra, così spettacolarmente segnata dallo sviluppo tecnico-scientifico?

Sgombro il campo da un equivoco possibile: sono uno spiritualista, e credo che l'evoluzionismo sia una teoria assai più descrittiva( ed in modo convincente) che esplicativa.Credo cioè che dia solo ragione in parte del fenomeno-vita,credo..Del resto non è così comunque e ovunque, in qualsiasi territorio disciplinare, per il discorso scientifico?

E tuttavia,in termini puramente scientifici e meramente descrittivi,l'evoluzionismo è incontestabile, persuasivo documentato. E, sinora almeno, ormai accettato nel mondo della cultura e, persino, ecclesiastico. Come spiegare questa recrudescenza di creazionismo? Butto lì un paio di spiegazioni possibili:

la crisi della Modernità e delle sue tradizioni di pensiero ha contribuito a rilanciare posizioni spiritualistiche ( quorum ego ) e, in Italia, un'imponente rimonta di clericalismo, che non può non preoccupare i laici, spiritualisti, agnostici o atei che siano. Per di più, in Italia, il clericalismo è una delle armi di lotta politica della Destra ( che non ha niente a che vedere, sia detto per inciso, con la tradizione del liberal-conservatorismo, così rispettoso della laicità dello Stato).

Ha ragione il vecchio Freud ( opportunamente citato da Patrizia De Capua ). Mi spiego: la cultura post-moderna è una cultura del narcisismo; non può stupirci che rifiuti concezioni del mondo profondamente anti-narcisistiche, e quindi Darwin e l'evoluzionismo ( ma anche Freud e la psicoanalisi, che non a caso è fortemente contestata dalla cultura post-moderna).

Mala tempora currunt.

Data: 21.06.2013

Autore: Adriano Tango

Oggetto: Sull'evoluzione divina e la conciliazione delle posizioni

Titolo blasfemo! Un Assoluto in evoluzione!

So che qualcuno si dirà, da lui possiamo aspettarci questo e di peggio, oppure, non capisco perché si prenda la briga di voler conciliare quando tutte e due le posizioni, quella del credente e quella del realista gnostico, trovano pieno appagamento in se stesse.

Non voglio conciliare proprio niente, mi accorgo semplicemente che una visione delle cose, e non solo mia, ma anzi estremamente antica, non vede contraddizioni.

Il problema caso mai è: perché nel corso dei millenni quel che dirò è stato detto tante volte, e poi sono arrivate anche le conferme scientifiche, ma in tanti, per paura di cadere in una nuova credenza, o per estraneità a quanto non concordava con i canoni della propria, abbiano voluto capire altro o semplicemente girar pagina?

Partiamo, a caso, dall’antica Persia, poi andremo avanti ed indietro nelle concezioni storiche dell’assoluto.

A cavallo del V secolo a.c. dallo zoroastrismo gemmano varie concezioni filosofico – religiose che non si accontentano più dell’opposizione del bene e del male, impersonati da opposte divinità, come visione sacra del reale.

Fondamentale fra le tante sfumature del nuovo credo lo Zurwaismo.

Con potente intuizione la divinità, Zurwuan, è identificata nel tempo.

Non più una singolarità, attivamente o meno impegnata nelle cose del mondo, ma l’unica cosa di cui abbiamo esperienza senza alcuna possibile concezione: il tempo, il substrato stesso del divenire.

Ora, il fatto che il pensiero scientifico abbia posto il tempo fra le componenti delle celebri formule einsteiniane, al pari di grandezze misurabili, non ci aiuta proprio per niente a concettualizzarlo.

In tale concezione religiosa tuttavia la connessione con il mondo materiale viene ad essere poco chiara, almeno da quanto ci è attualmente dato di sapere su quell’antica dottrina: chiaro comunque che il senso delle cose starebbe nel loro divenire (evoluzione) e che lo spirito che anima il processo, in quanto tempo, è la divinità.

Balziamo avanti fino all’inizio dello scorso secolo: Teilhard de Chardin espone la sua dottrina secondo cui il “grande progetto” esisterebbe, ma si svilupperebbe in senso evoluzionistico.

Sì proprio così Dio si autorealizza!

All’inizio della storia dei tempi tutto è materia, alla fine tutto è divinità: scopo dell’evoluzione? Dar vita progressivamente nel tempo a Dio.

Blasfemo! Già, peccato che l’abbia concepita un prete questa visione, ed un prete poco osannato ma mai sconfessato dal pensiero religioso cattolico.

Ora il fatto è che oltre ad essere un religioso T.d.C. sia stato anche un uomo di scienza, un geologo: si potrà dire quindi che non ha resistito alla pulsione di conciliare le proprie conoscenze sui fossili con la sua visione cattolica del divino. Una voce isolata, aberrante, ed inoltre un richiamo ad una religione protostorica che solo io voglio evidenziare, quindi non fa testo!

Certo, peccato che la sua concezione del Dio come materia e biologia sia stata già quella di Spinoza e che rispetto alla somma del tutto, in senso materiale, questa visione non ci parli di altro che della teoria del big bang.

Non a caso Hawking parla del big bang come di un modello “Dio compatibile”.

Ma sicuro che il big bang sia una teoria di nuova formulazione e nata dalla scienza?

L’esposizione scientifica non è altro che il sistema per dare un alfabeto a ciò che la mente già sa.

Andiamo ad oriente, Cina, vari millenni fa: il tai.chi è l’emblema della realtà in forma di cerchio con una linea di demarcazione sinusoide, simbolo di rotazione, che separa i due colori, ognuno dei quali porta in se un pallino del proprio opposto.

Il simbolo é noto a tutti per averlo visto in negozi di cose orientali o in altre mille occasioni.

Bene, il pensiero preconfuciano ci ha tramandata anche l’idea che il Tai Chi nasca dall’ U Chi, il nulla assoluto, rappresentato da un cerchio vuoto.

Non si tratta di altro che della rappresentazione grafica ed ideologica di ciò che recentemente la scienza ha definito il momento di Planck: ad una frazione infinitesimale di tempo dal momento zero del Big Bang, un secondo alla meno sei se non sbaglio, nasce l’Universo e la materia si espande come massa amorfa rotante, salvo bolle di antimateria che si demarcano all’interno (i pallini del tai chi).

Antecedentemente a quel momento la nostra conoscenza, come modello matematico, si ferma, perché tutto perde di significato comprensibile.

Ma come hanno fatto antichi cinesi a fare un disegno che rappresenta l’inizio del mondo?

Si può rispondere che hanno voluta rappresentare la loro conoscenza dell’ordine delle cose, in cui anche l’inizio del mondo è compreso.

Comunque è dimostrato che l’uomo è capace di disegnare, in alterate condizioni percettive, il risultato grafico di complicate equazioni frattaliche senza conoscere niente sull’argomento o averle mai viste. Ma non divaghiamo. Cosa voglio dimostrare?

Che un’intuizione forte precorre il tempo della conoscenza e che delle nostre visioni intuitive della “così detta realtà” dobbiamo fidarci, perché quella forma di consapevolezza comunicabile che chiamiamo “dimostrazione scientifica” arriva solo dopo che tanti hanno detta la stessa cosa essendo considerati solo dei mistici, se non un po’ suonati.

Bene ancora, blasfema o meno la concezione di un Dio evolutivo che ci attende alla fine dei tempi, ma che essendo il tempo stesso, già nostra sostanza attualmente e non con noi dall’alto, mi sembra che non trovi contraddizioni né in una visione religiosa, se aperta, né in una visione gnostica.

Tento una definizione: Dio come “concezione del pensiero in cui la somma del tutto è uguale ad Uno, tempo e pensiero stesso compreso”.

Nulla di originale, è stato già detto in altre forme. Infatti.

Si può obiettare che una costruzione di questo tipo comunque costituisce un modello finalistico, una specie di disegno divino. Vero e falso, affrontiamo un altro aspetto.

Attualmente si discute sull’ipotesi che l’evoluzione non avvenga solo per “caso e necessità”, ma la materia stessa abbia una intrinseca volontà di “complessazione”, che l’ereditarietà non sia basata solo sulla trasmissione di geni, ma bensì di geni che trasmettiamo ai nostri figli modificati dalle nostre esperienze ed abilità acquiste: ad esempio il contatto con l’informatica sta espandendo geneticamente certe zone del cervello dei nostri figli: trasmettiamo loro un’abilità acquisita?

Pare stiano arrivando le dimostrazioni dall’RMN funzionale del cervello.

Ora c’è da chiedersi: ma se questa materia vuol divenire vita, se questa vita vuole evolversi, sa dove va? A cosa mira?

Ovviamente no, non lo sa, ma tutto procede per una spinta intrinseca, non per una volontà esteriore, in un’ipotesi di questo genere.

Quindi senza bisogno di un Attore esterno,il Quale ne costituisca la conseguenza come Somma del tutto?

Si può pensare che ciò avvenga nella Sua presenza piena lungo tutto il processo, non in base alla fase di sviluppo, nella Sua Forma Totale, essendo il tempo stesso Suo costituente.

Bene, immagino che il pensiero attuale di chi mi legge, almeno di quelli che hanno lasciato acceso il P.C., sia: questa illazione non serve a niente, per quanto possa essere una costruzione logica, sia pur basata solo su vaghi riferimenti.

Ribadisco, non si tratta di un’idea mia, ma di una posizione dura a morire nei millenni, anche se ogni volta che si ripresenta riappare come falsamente originale, senza riferimento agli antecedenti, dato che la figura, o il movimento di scena che la ripropone, li ignora.

Io ripropongo solo i parallelismi.

Credibile, alcuni diranno.

Ma ancora… a che serve?

Serve, serve questa come tante altre per turare il buco di cui abbiamo parlato in modo diverso.

Serve perché il buco lo possiamo turare o con un pacchetto di verità preconfezionata oppure filosofeggiarci sopra, ma pensare di poterlo lasciare aperto ed occuparsi di altro è inutile, è una mutilazione comunque.

Serve perché se guardiamo alla nostra esperienza di viventi non possiamo non accorgerci, da esseri intelligenti, che la realtà non è ciò che tocchiamo con mano, e neanche noi stessi, la nostra individualità psicofisica di cui superficialmente ci accorgiamo, solo ciò.

E’ una sensazione palpabile e non priva di dimostrazioni, su cui non mi soffermo in uno scritto così breve, ma se ne può parlare.

Doveroso quindi, fra i significati da dare alla nostra esistenza individuale, tentare l’interpretazione del legame fra quanto a noi sperimentabile e quanto non accessibile per dare coerenza al tutto, con modelli condivisi, o ognuno magari con il proprio modello.

A questo punto riprendo la domanda iniziale: perché una visione che in varie forme è stata più volte proposta da tempi quasi preistorici, almeno per la nostra cronologia occidentale, a quelli recentissimi della conoscenza scientifico filosofica, non ha mai preso piede?

Con dispiacere per l’Individuo debbo ammettere un’ipotesi: perché comporta la piena presa di responsabilità individuale, pur nell’ammissione della realtà del trascendente, nessuno spazio alla delega.

Nel momento in cui la Divinità non è più immanente su di noi, ma noi stessi ne siamo la componente, per così dire la stoffa per il momento più fine, nostro è il giudizio assoluto, nostro il peso delle azioni, senza spazi per la consolazione.

Ultima obiezione: ma a che serve un Dio che non si saprebbe nemmeno da dove possa trarre la propria autocoscienza e che se ne sta passivo ad attenderci alla fine dei tempi mentre questo giocattolo, il creato, si dipana e si raggomitola per realizzarLo perché poi Lui stesso si sparpagli nuovamente nella bruta materia?

Questo possibile ragionamento contestativo esprime un limite proprio della natura stessa della nostra intelligenza di uomini, sviluppatasi per affrontare problemi pratici e promuovere quindi la crescita individuale e della specie nella sua evoluzione.

Se questo strumento lo applichiamo all’astratto cade in trappole di questo tipo.

Quando il pensiero buddista, molto più vicino ai temi dell’universale, ha visto, vedi caso sempre la stessa storia, l’universo come l’alternarsi dei respiri di Brahama, espansione ed implozione, non si è mai posto questo problema.

Infatti potrei semplicemente rispondere e rispondermi: a che serve ? Serve a servire!

Data: 21.06.2013

Autore: Giacomo Minaglia

Oggetto: Riflessione

Vorrei intervenire dando un mio contributo in relazione al dibattito seguito all’intervento del Prof.Pocar.La questione del “disegno intelligente”rimane un punto cruciale.
La teoria Darwiniana,che è una teoria scientifica e come tale soggetta a verifiche sperimentali,smentite,modifiche,è sostanzialmente a tuttoggi confermata da moltissime prove,paleontologiche,naturalistiche,biochimiche,
Rispetto ai tempi di Darwin, essa è PIU SOLIDA
A quei tempi infatti non si aveva idea precisa di come i caratteri acquisiti si trasmettessero alla prole,anche se in alcuni scritti di Darwin si intravede la congettura dei geni.
Con Mendel, e soprattutto con la scoperta di Watson e Crick circa il ruolo del DNA, si è avuta la conferma materiale del vettore dell’informazione,e del luogo (il gene) su cui la mutazione agisce e si tramanda.Al momento la teoria darwiniana spiega il mondo vivente,almeno altrettanto bene di quanto la teoria di Einstein spieghi i fenomeni fisici .
Prima di Darwin la spiegazione metafisica,che vedeva una grande intelligenza all’opera per costruire il mondo vivente ,aveva una sua base razionale evidente.
La complessità del vivente poteva ben essere invocata a conforto della ipotesi di un Creatore dotato di immensa intelligenza personale ; un progetto intelligente,insomma,che si invera nelle opere della natura.
La “teologia naturale” di William Paley,del 1802,è l’esposizione meglio nota dell’argomento del disegno divino.Darwin la conosceva e da giovane ne fu molto influenzato.essendo l’opera anche letterariamente pregevole.
Dopo Darwin l’ipotesi,semplicemente,non è più necessaria.
Fino a prova contraria,evidentemente.
Ma fino a prova contraria la selezione naturale,che comprende anche la selezione sessuale la quale spiega strutture e comportamenti apparentemente anche svantaggiosi,come livree sgargianti,etc, dà conto ,spiega senza alcun intervento divino la comparsa successiva di forme viventi,la scomparsa di molte, l’evoluzione tuttora in atto.
E’ a parer mio difficile considerare poco rilevante sul piano filosofico un apporto di tale capacità esplicativa.
La teoria è completa? Naturalmente no,è evidente che nuovi apporti sono non solo possibili,ma in atto,a mano a mano che la genetica fornisce spiegazioni più raffinate sui tempi di evoluzione e le parentele tra i viventi.
E anche sul piano logico leggo che è dimostrabile che un sistema,per essere consistente,non può essere completo.
La condizione umana probabilmente non ci mette mai in condizione di attingere l’assoluto.
Tuttavia,abbiamo una spiegazione verificata e falsificabile dell’evoluzione del vivente
Sottolineo che la “selezione naturale” non è affatto un meccanismo casuale,ma è vero decisamente l’opposto.
La selezione agisce su mutazioni casuali in modo tale da favorire l’affermarsi di organismi sempre meglio organizzati per far fronte alle sfide ambientali.
La selezione naturale di fatto agisce aumentando la complessità,riempiendo le nicchie ecologiche con crescente efficienza,etc.
Gli esseri umani,frutto della selezione naturale,hanno un’occasione,che forse sapranno cogliere: mediante la conoscenza scientifica, possono usarne i vettori materiali, e dirigere almeno parzialmente l’evoluzione del vivente.
Spero,per un miglioramento condiviso .
Dopo Darwin si può ancora credere in un Dio?
Non ne vedo la necessità logica ,ma certamente non si può provare l’inesistenza di Dio ed è vero che per molti rimane una necessità psicologica.

Data: 21.06.2013

Autore: Giuseppe Capoferri

Oggetto: L’UOMO E LE DIMOSTRAZIONI

Il Prof. Pocar è stato avvincente nelle sue considerazioni.
Sotto il profilo metodologico, avendo a sfondo l’evoluzionismo darwiniano, ha vigorosamente sostenuto l’assioma dell’uomo di scienza: credere solamente in ciò che viene dimostrato; accettazione che dura finché la tesi dimostrata non viene falsificata, sostituendovi, in tal caso, la nuova.
Visuale ineccepibile nel campo della scienza.
Ma……. forse per la bravura del relatore, ed un po’ anche perché trasudava dalla sua appassionata esposizione la personale weltanschauung, si è corso il rischio di essere indotti a ritenere che tale concezione debba valere non solo per i giudizi in ordine ad eventi scientifici, bensì coinvolga tutta la sfera di pensiero dell’uomo, cioè la sua vita intera.
Oltre che avvincente, insomma, il relatore può essere parso anche convincente sotto il profilo dell’estensione di detta visione all’intero comportamento umano.
Preliminarmente e incidentalmente, trovo singolare che la stessa associazione alla quale è stato precisato essere iscritto il relatore, se non ricordo male, l’A.A.A.I. (Associazione Atei Agnostici Italiani— che dovrebbe essere particolarmente sensibile in materia distinzione tra chi crede e chi no) contempli l’aggregazione sia degli agnostici, che degli atei, i quali ultimi sono dei credenti, in quanto hanno fede in qualcosa che non è dimostrato (la non esistenza di Dio).
Dicevo, l’assioma dell’uomo di scienza è corretto; guai se non fosse così.
Ma là dove, almeno finora, non arriva la scienza, esiste un vasto territorio ideale, spirituale, psicologico, che l’uomo, anche se non vuole, non può ignorare; non può accontentarsi di dire che non lo interessa perché finora non si è dimostrato nulla in proposito. In generale anche chi si picca di professare esclusivamente la razionalità, ne sente il tormento e la necessità di ricerca.
Il filosofo Bertand Russel, non certo, religioso, ha sostenuto: “Nessun uomo assennato,
seppur agnostico, ha fede nella sola ragione”
Riporto una dei “consigli” del poeta francese Albert Fleury accompagnati da una mia grossolana traduzione:


Conseils
On te dira:”Le siècle a dissipé les voiles
De tes religions.
Tous les dieux ont croulé derrière les étoiles.
Suis ta seule raison.

Plains-les pour un instant. Et continue
à croire

Avec sérénité,

Crois au futur, au bien, à l’amour illusoire,

Et crois à la beauté.
Crois à tout ce que l’homme, au plus,
lointain des âges

A nommé la Vertu
Crois à tous le soleils comme à tous les mirages

De lumière vêtus.

Seule une foi nous sauve, et seule elle
prolonge

L’espoir qui vit en toi ;
Il vaut mieux, vois–tu bien, croire en tous

les mensonges
Que n’avoir point de foi.
Croire, c’est se leurrer d’indicible espérance,
De futures inconnus
Quand même tu verrais le néant des
croyances,

Crois ! sinon tu n’es plus.


Consigli
Ti diranno:” Il mondo ha dissolto i veli
Delle tue religioni.
Tutti gli dei sono crollati dietro le stelle.
Segui la tua sola ragione”.

Compatisci tali voci per un momento. E continua
a credere

Con serenità,

Credi al futuro, al bene, all’amore illusorio,

E credi alla bellezza.
Credi a tutto quello che l’uomo dalla più
lontana delle età

Ha chiamato Virtù ;
Credi a tutti i soli come a tutti i miraggi

Vestiti di luce.

Solamente una fede ci salva, e solo essa
prolunga

La speranza che vive in te ;
E’ meglio, bada bene, credere in tutte

le menzogne
Che non avere fede affatto.
Credere è illudersi d’ineffabile speranza,
Dell’ignoto avvenire
Anche se vedrai l’inconsistenza delle
credenze

Credi ! se no tu non sei più.


E’ lo slancio sognante del poeta, proprio all’estremo opposto della stringente razionalità
dell’uomo di scienza.
L’uomo si trova nel mezzo di questi due estremi.Slancio che si discosta pure dalla distaccata ricerca del filosofo; anche se come ha scritto J.Joubert nei suoi “Pensées” :
“ I poeti hanno cento volte più buon senso dei filosofi. Cercando il bello, essi incontrano più verità che non ne trovino i filosofi cercando il vero”.

Data: 21.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Il caro estinto

Pensavo che il finalismo antropocentrico fosse ormai morto e sepolto, ma no, ecco che torna ad affacciarsi sul teatrino della filosofia per insinuare che magari Darwin s’è sbagliato, anzi è certo che si sia sbagliato; meglio: Darwin non è mai esistito, non è neppure uno scienziato, solo un vagabondo del mare, un perditempo del viaggio nelle isole dei non ancora famosi.

Pensavo che l’umanità avesse metabolizzato le precedenti umiliazioni del proprio orgoglio, quando Freud presentò, non senza un certo orgoglio, la propria scoperta psicanalitica come l’ultima. Ultima ma non definitiva, perché quante altre umiliazioni doveva subire ancora quell’orgoglio duro a morire, dopo che Freud ebbe mostrato che la gran parte delle nostre azioni è dettata da moventi inconsci di natura sessuale, anziché da lucide catene di ragionamenti.

Ebbene: non solo questa ci è rimasta sullo stomaco, ma perfino le precedenti, a partire da quella copernicana. Ma Copernico ebbe la “fortuna” di morire poco dopo la pubblicazione del libro in cui avanzava l’ipotesi eliocentrica. Andò peggio a quel pazzerello di Giordano Bruno, e non molto meglio a Galileo: chi si sentirebbe a suo agio, costretto a pentirsi di aver detto ciò che i propri studi lo portano ad affermare per vero? Per non parlare del povero Marx, con quel suo materialismo storico non si sa se più frainteso o più tirato per la giacca, e non si sa quante volte relegato in soffitta per poi rispuntarne ogni volta con qualche taglio, qualche rattoppo, qualche tinteggiatura per renderne il colore più vivo o più smorto, a seconda delle mode.

Ma Darwin no. Sembrava che perfino le scuole gestite da suore avessero trovato il modo per addomesticarlo: qua e là, in un’aula di terza elementare, comparivano quei disegnini un po’ leziosi, dove con semplice ma efficace genealogia comparata vengono accostate una raffigurazione della creazione biblica (Adamo se ne sta lì addormentato come davanti alla televisione, aspettando che dalla sua costola nasca un’Eva almeno passabile), e una di quelle strisce da cartone animato, in cui uno scimmione dagli arti anteriori troppo lunghi si solleva progressivamente fino alla gloriosa stazione eretta. Insomma, l’idea suggerita pare essere analoga a quella per cui nella Bibbia, così come non si parla di nessuna mela, non si parla neppure di costole; e tale interpretazione non letterale può non confliggere con l’idea che ci sia stata un’evoluzione nelle specie viventi. Perché altrimenti il Leviatano che fine avrebbe fatto? Non può essersi estinto solo per la caccia sconsiderata dei bracconieri del mare, dal momento che nel libro di Giobbe sta scritto: “Puoi tu pescare il Leviatan con l'amo e tener ferma la sua lingua con una corda, ficcargli un giunco nelle narici e forargli la mascella con un uncino?” (Giobbe, 40, 25-26).

Dunque mi cullavo nella tranquilla coscienza di una ormai consolidata certezza, per quanto le ipotesi scientifiche possano considerarsi certe, ossia, come ha ribadito Valerio Pocar, fino a prova contraria. E soprattutto non mi pareva che tale ipotesi fosse seriamente minacciata, perché in fondo negli ultimi sessant’anni non era stata oggetto di demonizzazione. Sensazione condivisa, se non sbaglio, da Anna Zambelli (nel suo intervento del 26 febbraio).

Invece no: tutto sbagliato. Senza considerare la triste vicenda di John Thomas Scopes, e a prescindere da certe pruderies statunitensi, che a volte fanno sembrare noi popoli mediterranei ben più aperti e liberali del paese più libero del mondo, a pensarci bene anche a me al Liceo era toccata una tiratina di orecchie per aver osato manifestare la mia insofferenza nel corso di una lezione di Scienze in cui si pretendeva di spiegare la conformazione del cranio con un argomento teleologico, allora non esornato da rassicuranti espressioni del tipo “disegno intelligente”. Si trattava di riconoscere che quel forellino attraversato dal nervo ottico non se ne stava lì per caso, ma vi era stato posto dalla meravigliosa provvidenza divina. Magari qualcuno o molti ci credono, magari ci credo anch’io, ma può tale affermazione diventare oggetto di una lezione di Scienze? Risultato, vengo bollata come pessimista: altra considerazione poco pertinente rispetto a una valutazione scolastica, nella quale sarebbe il caso di attenersi alla pura e semplice misurazione del profitto, senza avventurarsi in azzardate diagnosi pseudopsicologiche.

Ma allora il finalismo antropocentrico è ancora vivo e vegeto! E il povero Spinoza si è invano adoperato a dimostrare la falsità di quel pregiudizio dal quale dipendono tutti gli altri, e che è tanto più insidioso, quanto più “la totalità è per natura così propensa ad accettarlo”.

Non è bastata la filosofia, non è bastata l’amara ironia poetica di Leopardi, che mezzo secolo prima di Darwin smaschera l’assurda presunzione del genere umano di essere padrone di un mondo che neppure conosce. Sciocco: non s’avvede che “infinite specie di animali non sono state mai viste né conosciute dagli uomini loro padroni; o perché elle vivono in luoghi dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute che essi in qualsivoglia modo non le arrivavano a scoprire. E di moltissime altre specie non se ne accorsero prima degli ultimi tempi. Il simile si può dire circa al genere delle piante, e a mille altri” (Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo).

A proposito di animali e piante, sia detto per inciso che saremmo ben ridicoli se al finalismo antropocentrico volessimo sostituire un finalismo zoocentrico, o dendrocentrico. Non è questo il punto. Gli animali e le piante vanno rispettati e amati, ma attenzione: gli scaffali stracolmi di cibi per animali, le corsie intere dedicate alla cura dei cari cuccioli, le pubblicità in cui un meraviglioso (chi lo nega?) esemplare felino viene servito con dedizione da un padrone umano ridotto in sudditanza, rischiano di rasentare l’immoralità, in un mondo che non solo non ha sconfitto la fame, ma neppure si impegna ad affrontare seriamente il problema.

Il guaio è che non c’è un centro. Non è una lagnanza politica: è la presa di coscienza di un mondo che neppure si accorge che esistiamo. Quanto è piccola l’aiola che ci fa tanto feroci! Così piccola che, vista dall’universo, quasi non esiste. E per tornare a Leopardi, quanto ci sentivamo superiori, noi uomini del XX secolo, quando condividendo il suo sarcasmo sulle magnifiche sorti e progressive del secol superbo e sciocco promettevamo a noi stessi di non ricascarci. Il XXI, invece, sarà un secolo ancora più superbo. Le scoperte scientifiche, le innovazioni tecnologiche sono una tentazione troppo forte per evitarci questa nuova forma di orgoglio, a cui farà seguito una nuova più cocente umiliazione. Forse è già iniziata la parabola del declino di questa specie umana che si crede immortale e che pervicacemente va forgiando le armi della propria autodistruzione.

Un’ultima nota: la UAAR (Unione degli Atei, Agnostici, Razionalisti) nasce, come tutte le unioni, dall’intento di difendere interessi comuni da ipotetici attacchi esterni. Mi sono chiesta il senso oggi, qui, di questa unione, e l’ho chiesto a Pocar: da chi sono minacciati atei, agnostici e soprattutto razionalisti? Secondo Pocar sono ancora discriminati, ad esempio, in Italia da una Costituzione che riconosce libertà di opinione religiosa (art. 8), ma non prevede libertà di non avere nessuna opinione religiosa. O comunque l’articolo 8 rappresenterebbe un inutile doppione rispetto all’articolo 3, in cui si afferma la pari dignità e l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E va bene, credevo fosse passata molta acqua sotto i ponti da quando Sant’Anselmo, al suo contraddittore Gaunilone che per pura finzione dialettica aveva assunto la difesa di quell’ignorante dell’ateo, rispondeva di non prenderlo in considerazione, perché “se si incontra un uomo siffatto, si deve non solo rifiutare il suo discorso, ma anche coprirlo di sputi”. Credevo, ma forse mi sbagliavo. Credevo che gli agnostici, con la loro dichiarazione di finitudine umana, non potessero suscitare che umana simpatia. Invece, a quanto pare, sono spesso tacciati di colpevole pigrizia: sforzatevi, agnostici incapaci, e vedrete che riuscirete a giungere a una conclusione!

Ma per quanto riguarda i razionalisti non posso fare a meno di restare allibita, e Pocar non mi ha aiutato ad uscire dal dubbio: da chi mai sono minacciati i razionalisti? Scartata la prima ovvia ipotesi di un attacco criminoso da parte degli empiristi, mi si presenta l’interminabile e odiosa schiera di dogmatici, irrazionalisti, fanatici, oscurantisti e di ogni specie di vandali sconsiderati. Non annovero certo i credenti fra i nemici dei razionalisti, se per credenti si intendono persone oneste che riescono grazie alla fede – e per fortuna loro – a vincere il nemico numero uno della credenza religiosa: il problema del male, a cui lo stesso Pocar ha accennato. Dunque i razionalisti sono tuttora in pericolo per gli attacchi incrociati di simili orde vandaliche? Se le cose stanno così, dovrò iscrivermi alla UAAR. C’est la faute à Voltaire? C’est la faute à Rousseau? Allora viva Voltaire e viva Rousseau.

Data: 21.06.2013

Autore: Lorenzo Ponzetta

Oggetto: Perché, allora, dovremmo deridere chi il Mistero non riesce proprio a sopportarlo e vuole “tappare i buchi”?

Non possiamo certo negare che la ricerca del vero trovi la sua volontà nell’esigenza di dare un senso forte alla vita o nel bisogno di essere consolati. Ma troppo spesso la consolazione è stata la verità delle nostre “verità”. Quale valore può mai avere una risposta se nasce dal “non poter più sopportare” le spaccature e i vuoti di senso che l’esistere comporta; quale significato potrà mai avere se non quella stessa debolezza che l’ha generata. Ecco che, per lungo tempo, l’uomo ha cercato, per le sue gioie e i suoi dolori, delle cause sovrannaturali, le divinità pagane prima e il trascendente della tradizione platonico-cristiana poi. Questa visione del mondo, però, non ha resistito al saccheggio del metodo scientifico che ne ha proposta subito una nuova: la natura sottomessa al rigore matematico e alle leggi universali della scienza. Due metafisiche a confronto, appunto. Da una parte il finalismo (idealismo), l’idea che le cose si muovano in vista di un fine prestabilito, dall’altra il meccanicismo (materialismo), le cose sottomesse a principi assoluti e al rapporto di causa ed effetto. Entrambe esprimono un ordine già dato, nel primo caso è un ordine divino, nel secondo un ordine di natura, ma nello stesso modo sacrificano la materia grezza e le cose ad una ragione (intelligenza) eterna che le trascende. Pur essendo l’una la negazione dell’altra rispondono entrambe a quel bisogno di ordine e di senso di cui si è parlato, essendo, pur diversamente, dualismi che pensano ancora la separazione tra fine e mezzo, forma e materia, anima e corpo. Questi due paradigmi vanno superati.

Quale senso può avere, quindi, il dibattito che vede protagonisti darwinisti e sostenitori del “disegno intelligente”? Filosoficamente nessuno. La biologia ha fatto dei progressi dopo Darwin e concepire oggi il comportamento come un’attività svolta esclusivamente all’adattamento (concependo i rapporti di un organismo e un ambiente tra loro separati in chiave meccanica) o l’evoluzione come la sola selezione delle mutazioni genetiche è decisamente anacronistico. A mio avviso si è voluto creare un falso idolo e la teoria del “disegno intelligente” ne è scaturita di conseguenza. Contro un darwinismo così sterile che mette nelle mani del caso tutte le carte, si scaglia un pensiero che esige l’esistenza di un progetto, di un disegno che, mostrando alle cose la strada da percorrere, le priva di ogni intelligenza poiché la rivendica tutta per sé. L’uno non vede le ragioni dell’altro.

Quindi qual è la soluzione? Premetto che il “Mistero” rimane e deve rimanere (c’est la condition humaine), ma la filosofia contemporanea, soprattutto rileggendo i filosofi pre-socratici, ci ha insegnato una nuova saggezza. La Natura, diceva Eraclito, è un bambino che gioca; essa produce senso, ma come fa un bambino quando gioca, e questo senso non è mai totale. Da un tale pensiero finalismo e meccanicismo sono entrambi respinti come artificialismi poiché non vedono la produzione naturale né sono in grado di renderne conto. Vi è infatti un potere che investe le cose quando si uniscono, di esprimere un ordine e di muoversi secondo una legge che si fa in quel momento. Nella scienza e nella filosofia contemporanee, le relazioni e i processi rimpiazzano la materia inerte e le leggi astratte, negando ogni possibilità d’esistenza a meccanismi prestabiliti, o coscienze pure (disegno intelligente) e leggi assolute che sovrasterebbero il corpo e la materia. Esiste quindi una intelligenza in natura, ma è una intelligenza della natura, una logica incarnata, direbbe Merleau-Ponty. Si tratta di una intelligibilità che si crea in movimento ( il movimento sottomette insieme pensiero e materia ), una intelligibilità che nasce assieme alle cose. Dobbiamo pensare l’universo, non come il dispiegamento di un sistema le cui leggi sono già specificate, ma come un processo il cui inizio e sviluppo fa la differenza, come la vita concreta di ogni organismo sul suo patrimonio genetico. Ad esempio la biologia parla di finalità riguardo al comportamento, ma non si tratta dell’idea di specie né tanto meno della sopravvivenza; è piuttosto un orientamento generale e cieco subordinato a condizioni molto precise. Questa finalità cieca, che non ha mai di mira un piano d’insieme ma si regola su condizioni locali, essendo limitata e specializzata, lavora come capita. Essa non sopprime l’efficienza delle condizioni fisico-chimiche (le contingenze, il caso), ma ne subisce tutte le vicissitudini. E.S. Russell, in Finalità delle attività organiche, si spinge a dire che questa semi-cecità della teleologia animale è il prezzo pagato per la sua maggior efficienza. Ma non solo di efficienza si tratta: nella vita c’è una prodigiosa fioritura di forme, la cui utilità è attestata solo raramente, e che anzi, talvolta, costituiscono un pericolo per l’animale; molti esempi tratti dal mondo animale mettono in causa l’ideologia darwiniana. Il mimetismo, se apparentemente può sembrare un argomento a favore, diventa subito il suo contrario se pensiamo a tutti quei casi in cui il mimetismo non si attua pur essendoci tutto ciò che occorre per realizzarlo (mimetismi falsi). L’incredibile ricchezza delle forme della natura (pensiamo alle 27 specie di granchi delle isole Barnave che hanno 27 tipi diversi di parate sessuali), mostra che la sopravvivenza non è il fine primo dell’essere vivente ma che vi è anche un valore esistenziale di manifestazione, di presentazione. Vi è infatti un che di misterioso nel modo in cui gli animali si mostrano gli uni agli altri. E misterioso deve rimanere il nostro contatto con il mondo, e destare meraviglia, la sola a mostrarci l’intelligenza delle cose che guardiamo.

Data: 21.06.2013

Autore: Piero Carelli

Oggetto: DARWIN E LE… FAVOLE

Una “favola” il Dio biblico?

Dio = una bella “favola” smascherata dalla scienza? Ma… di quale Dio parliamo? Se parliamo del Dio dei Testi biblici, non vi è dubbio che siamo in presenza di una “costruzione umana”, della risposta alle esigenze di un popolo. Non c’è bisogno di attingere al Trattato teologico-politico di quel blasfemo che fu Spinoza per sostenere tale tesi. Oggi, dietro soprattutto la spinta della lezione magistrale di Galileo, delle “scoperte” scientifiche e dei risultati di una miriade di studi sia di cattolici che di protestanti, la Bibbia è stata letteralmente smontata e storicamente contestualizzata. Tutto è stato saccheggiato: di quello che ci hanno insegnato a catechismo negli anni ’50 non è rimasto praticamente nulla. Nulla sulla creazione dell’universo. Nulla sulla creazione dell’uomo. Per rendersi conto, basterebbe leggere gli interventi divulgativi di mons. Ravasi sul domenicale de Il Sole 24 ore. I testi “sacri” sono stati messi a nudo e si è scoperta la loro genesi “umana”. Parlare oggi di contrasto tra il messaggio biblico e il darwinismo è parlare di una querelle di altri tempi. La Bibbia è una grande “favola” costruita sui bisogni di un popolo.

Una “favola” il “disegno intelligente”?

Una grande favola anche il Dio dei filosofi? I testi “sacri”, proprio perché sono prodotti “umani”, si possono ricostruire nella loro dimensione storica. Si può fare altrettanto dell’idea di Dio dei filosofi? Vi è chi ci ha provato. Di sicuro Dio ha a che vedere con un bisogno psicologico dell’uomo (bisogno di senso, di conforto, di sicurezza…), ma anche col bisogno di “spiegare” qualcosa di cui si ignorano le cause. Chi ha fede avverte spesso l’esigenza di dimostrare agli altri che la sua non è una fede “irrazionale”, “anti-scientifica”. È il caso del “disegno intelligente”. Si tratta di un’altra delle “favole” create dagli umani? Di certo l’uomo parla “dal punto di vista” dell’uomo e ragiona col suo “metro”: non diceva già nel ‘600 il solito Spinoza che i concetti di “mezzi” e di “fine” sono il frutto della falsa credenza dell’uomo di essere libero? Già, ma possiamo avere altri punti di vista? Un embrione umano è destinato a diventare un uomo (se non incontra ostacoli), così il seme di un albero a diventare un albero. Esistono i “programmi”. Esiste un’“intelligenza”. O, almeno, la “vediamo” dal nostro punto di vista. Siamo in presenza di un’intelligenza “della natura”? Siamo di fronte a programmi (software) costruiti in miliardi di anni dal “caso” e dalla “necessità”?

Dio = tappabuchi?

È davvero possibile escludere a priori altre ipotesi? Telmo Pievani (vedi Creazione senza Dio) smonta il “disegno intelligente” e lo fa (mi si scusi per il bisticcio di parole) in modo intelligente. Ma come escludere in modo categorico ipotesi alternative al darwinismo? Il darwinismo – l’ha chiarito bene il prof. Pocar – è un ipotesi: un’ipotesi largamente corroborata, ma pur sempre un’ipotesi falsificabile. La scienza, più scopre, più incontra l’Enigma. Diceva sempre Spinoza che Dio è il “rifugio dell’ignoranza”. Già, una sorta di tappabuchi: laddove l’uomo non riesce a trovare delle cause “naturali”, tira fuori cause “sovrannaturali”. Favole? È un modo di “spiegare” quello che la scienza non riesce a spiegare. Un modo “infantile” di spiegare? Sarà. Ma che alternativa avrebbero quegli uomini che sentono l’esigenza psicologica di dare un senso “forte” alla loro vita? Aspettare che il Mistero sia dipanato? Tra quante migliaia di anni? E come potrà essere dipanato se la scienza è costituita da congetture sempre falsificabili?

Perché, allora, Darwin e il “disegno intelligente” (che non presuppone di per sé né il creazionismo biblico né un “Creatore trascendente”) dovrebbero essere incompatibili?

“Kósmos” hanno chiamato il mondo i pitagorici. Un “ordine” che la scienza ha ulteriormente illuminato. Un ordine che il “Progetto genoma” ha esplorato anche tra i viventi. La scienza, è vero, ha scoperto anche molto disordine: siamo di fronte alla falsificazione del “disegno intelligente” (vedi sempre il bel libro di Telmo Pievani)? Siamo alla conferma che sia l’ordine che il disordine sono figli del “caso” e della “necessità”? Ma siamo proprio sicuri che l’ipotesi di un “Assolutamente Altro” dall’uomo è solo un’ipotesi da favola? Un’ipotesi da favola anche quella di un Divino immanente? La scienza tace. Dio, diceva il buon Pascal, è nascosto. Perché, allora, dovremmo deridere chi il Mistero non riesce proprio a sopportarlo e vuole “tappare i buchi”?

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