Data: 01.07.2013

Autore: Claudio Ceravolo

Oggetto: Intervento

Riassumo, cercando di renderlo più organico, il mio intervento alla prima serata del “Caffè filosofico” <L’enigma dell’io : identità e soggetto >

Ho cercato in primo luogo di fare chiarezza sulla distinzione tra identità ed identificazione :quando noi parliamo di “identità europea, identità sessuale ecc”, ci riferiamo a una identificazione, ossia alla nostra necessità di essere “letti” come appartenenti a un gruppo, e di rassicurare noi stessi .

L’identità è spesso percepita come una questione di ‘confine’, di tracciare una linea che ci permetta di differenziarci da altri. Per questa operazione, fondamentale nel costruire una persona, è quanto mai necessario identificarci in qualcosa, in uno o più segni che dicano agli altri quali sono le nostre caratteristiche, che cosa ci renda unici e irripetibili (e degni di amore, rispetto, e godenti di diritti : l’identificarsi ad es. nella nazionalità italiana porta dei vantaggi che un Rwandese non ha…)

Sul bisogno di identificazione la nostra società gioca moltissimo : dai documenti che mi identificano come Claudio Ceravolo e mi permettono per fortuna di non essere confuso con bin Laden, alla moda, alla costruzione di mille momenti di aggregazione.

Questa sera noi però vogliamo parlare non dell’identificazione, ma dell’identità, ossia di quel quid che sta sotto il mio io e mi rende me stesso.

La necessità di andare alla radice dell’identità è già stata sottolineata negli interventi di Paolo Ceravolo, di Tiziano Guerini e di Martino Boschiroli. Per tutti e tre è abbastanza evidente che l’andare “alla radice” significa andare alla ricerca di quel qualcosa di trascendentale che permette di superare “ogni realtà particolare e di comprendere in se stessa la totalità del reale” (E. Severino, citato da Tiziano).

Molto più modestamente, io cerco di dar voce a dei ragionamenti che restino sul piano dell’esperienza condivisibile e della logica confutabile (senza peraltro voler negare ad altri la libertà di percorrere le vie della mistica, ben sapendo però che sono cosa diversa dal logos )

La ricerca della radice, intendendo con questa parola quell’ universale che è condiviso da tutte le identità e che non è modificato dalle differenti identificazioni, mi porta a dire che l’identità è narrazione.

L’identità di ciascuno di noi si costruisce infatti attraverso una storia, la storia dei rapporti del mio io col mondo esterno, a cominciare dalla vita prenatale in là. O meglio dell’interpretazione che io do alla storia dei miei rapporti col mondo esterno, quindi alla narrazione che ne faccio ( a me in primo luogo, poi agli altri).

Questo è risultato molto bene dagli interventi di Silvano Allevia, che per parlare della propria identità ha narrato momenti della propria infanzia,e di Umberto Bellodi, che ci ha raccontato di Edgar Morin e di come tale autore costruisca la propria poliidentità in un vissuto che ha attraversato diverse culture e diversi luoghi (ma sempre esplicitato come narrazione)

Non è casuale che l’esperienza di più profonda ricerca di identità nella cultura del XX secolo – la Recherche di Proust – si svolga come una continua narrazione in cui i particolari anche apparentemente minimi servono alla costruzione di un io e di una coscienza.

Anche l’io patologico si costruisce come narrazione, una narrazione comprensibile solo all’io che la fa, non alle altre persone : nondimeno una narrazione compiuta, con le sue regole e la sua sintassi, pur particolare.

Ma se è vero che l’identità è narrazione, ne derivano alcune conseguenze :

o La narrazione della mia vita può essere costruita solo con gli strumenti che ho a disposizione per esplorare il mondo esterno. Diversi interventi hanno già sottolineato come l’io non possa scindersi dalla corporeità. Aggiungo di più : non si dà coscienza di un sé, se non attraverso un carattere soggettivo dell’esperienza. Consiglio un articolo abbastanza famoso di Thomas Nagel “What is it like to be a bat?” (Cosa sembra essere un pipistrello?), integralmente disponibile in rete all’indirizzo : https://members.aol.com/NeoNoetics/Nagel_Bat.html Vi si dimostra con chiarezza e spirito che non basta immaginarsi di avere le ali, di dormire a testa in giù e di essere attratto dalle pipistrelline per avere la coscienza della “pipistrellità” : una esperienza del mondo totalmente ‘altra’ rispetto alla nostra, come può essere il fatto di conoscere il mondo tramite ultrasuoni, non potrà mai essere portata a livello della nostra propria coscienza, e il comprendere razionalmente alcuni fenomeni non ci avvicina di una spanna a una identità che ha una esperienza del mondo del tutto diversa dalla nostra. E – sottolinea Nagel – non esiste uno stato oggettivo della coscienza e dell’identità di sé, solo una esperienza soggettiva dello stesso. Per usare le sue parole : ”Certamente è improbabile che noi possiamo avvicinarci alla natura reale dell’esperienza umana abbandonando la particolarità del nostro punto di vista e sforzandoci di fare una descrizione comprensibile a esseri che non possano immaginare che cosa si senta a essere noi. Se il carattere soggettivo dell’esperienza è pienamente comprensibile solo da un punto di vista, allora ogni ‘scivolare’ verso una maggiore oggettività –cioè,l’essere meno attaccati a uno specifico punto di vista- non ci porta più vicini alla natura reale del fenomeno : casomai serve ad allontanarci”

o Se l’identità si costruisce come narrazione, allora il linguaggio è il solo strumento utilizzabile per questa narrazione (intendo con linguaggio, è ovvio, non solo il linguaggio verbale ma qualsiasi modalità di espressione). Il linguaggio è quindi alla radice della costruzione dell’identità, è “l’essere che è” dell’esserci. Non potendo affrontare con sufficiente completezza questo passo, che è fondamentale per la comprensione dell’identità, ho proposto di approfondirlo meglio nella seconda serata del Caffè filosofico.

Mi rendo conto che non è agevole sintetizzare in poche righe argomenti così complessi : vedete questo scritto solo come degli appunti, tracciati in fretta a un tavolino del Caffè Filosofico.

A martedì 9 dicembre

Claudio Ceravolo

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