OLTRE L’OCCIDENTE? INTERPRETAZIONE DELLA POETICA FILOSOFICA DI LEOPARDI - RELATORI: DANIELA RONCHETTI, TIZIANO GUERINI

13.06.2005 21:00

La poetica di Leopardi esprime l’errore dell’Occidente allo stato puro.

L’errore consiste nel credere che il “divenire” sia il mutamento radicale delle cose nel loro passaggio dal nulla all’essere, e viceversa.

Lo stato puro consiste nella visione lucida ed essenziale della conseguenza di tale identificazione fra l’essere ed il nulla: il pessimismo radicale e l’assoluta vanità del tutto.

Il filosofo Emanuele Severino da anni và denunciando tale errore, pur consapevole della inattualità del suo pensiero a fronte degli sviluppi “pratici” che la concezione del “divenire” da parte del pensiero occidentale ha causato: dapprima una metafisica che ha separato l’Assoluto dal Relativo, consegnando quest’ultimo nelle mani dell’uomo; e successivamente (ma è storia d’attualità) definendo la scienza e la tecnica come l’unico parametro di valore del comportamento dell’uomo.

La riflessione sulla poetica di Leopardi – accompagnata dalla lettura di appropriati testi - offre lo spunto per una denuncia globale nei confronti dell’approdo drammatico cui è destinato l’Occidente.

Dibattito

Data: 23.06.2013

Autore: Tiziano Guerini

Oggetto: LETTERA APERTA A PIERO CARELLI

La “lettera aperta a Severino” di Piero Carelli, mi impedirebbe, non essendo io il referente, di dare una risposta. So però, conoscendo Piero, che il suo non è stato un artificio per non avere un interlocutore; per cui – con tutta la doverosa modestia del caso – mi proverò a mandare una “lettera aperta a Piero”. Con una premessa: lui mi indica generosamente come uno …”stregato” da Severino; mi sopravvaluta, ma soprattutto ignora che il testo di ispirazione severiniana che veramente, allora (parlo del periodo universitario), mi colpì e mi convinse ad approfondire il pensiero di Severino, fu la tesi di laurea di un giovane promettente studente dal titolo “Creazione dal nulla?”. Piero dovrebbe pur saperne qualcosa…

“ Io …non agisco, non sono io che cammino, che mangio…”

Da queste affermazioni non deriva che allora “io” non sono nessuno: sarei allora un nulla. Deriva che quello che definisco il mio “ io”, non è -in realtà teoretica, cioè al di fuori dell’io empirico-, quell’io che io mi immagino di essere, che cioè decide di … e che per decidere si isola nel proprio relativo (per quanto ampio sia). “Io faccio” ed il mio fare, al di là delle mie convinzioni, è la manifestazione necessaria degli eterni; io stesso sono l’apparire – e lo scomparire - di una serie di realtà che costituiscono nel concreto me stesso al di fuori dell’isolamento.

Ma la mia astratta convinzione, per quanto teoreticamente errata, è pur sempre “qualcosa” e in quanto tale appartiene all’essere. Di più: “c’è del vero nel falso, c’è del sostanziale nell’apparente, c’è geometria ed algebra nella filosofia”(citazione da Leopardi, per rimanere in tema). Cosa sarebbe la verità se non si opponesse all’errore? L’errore è ciò che, in quanto tolto, lascia vedere la verità: la sua essenzialità è quella dell’antitesi a fronte della tesi. “La verità non fa nulla contro la non verità; la lascia vivere e per questo vede il suo autocontraddirsi” ( qui la citazione è da Severino). La visione della verità è inseparabile dalla visione ed esperienza dell’errore e delle illusioni: occorre dire di più per “valorizzare” la visione empirica della realtà? Proprio da questa visione empirica deriva il concetto di “divenire” che Severino denuncia, e che non potrebbe denunciare se non fosse la convinzione del pensiero occidentale che evita di guardare la propria essenza.

Il vero è tale, anche se è colto da pochi (anche se il fatto di essere affermato da una minoranza è un fatto rilevante, nella prassi); e l’errore è tale ( e, nella prassi, ancora una volta da non sottovalutare) anche se è affermato da molti.(“la verità è possibile nella misura in cui è sopportabile”)

Io che agisco, che cammino, che mangio… non corrisponde alla verità teoretica, ma certo corrisponde (fino a che dura la nostra convinzione al riguardo) alla esigenza pratica del vivere. E le convinzioni sono, e fanno la storia collettiva. Senza libertà e quindi senza responsabilità? –si chiede Piero Carelli . Ognuno ha la responsabilità che si sente addosso (e anche questo non è nulla): la convinzione di essere liberi (finch’è gli orizzonti sono ristretti) - essendo non il fatto ma l’intenzione (a parte la colpevole ignoranza) ciò che determina la responsabilità personale – lascia intatto il nostro approccio al dovere sociale e giuridico.

Il processo filosofico – per esemplificare – è, infatti, il gioco del continuo allargamento del proprio orizzonte. Proviamo, ad esempio, ad immaginare un incidente stradale (lieve, naturalmente) e a tutte le circostanze che devono verificarsi perché avvenga: non solo sono passato col semaforo rosso, questo è stato solo l’ultimo di una serie di circostanze (anche se è quello che, per convenzione, mi verrà imputato). Occorre che io sia uscito da casa ad una determinata ora, né un minuto prima né un minuto dopo; che il motore della macchina si sia acceso al primo giro di chiave oppure no; che abbia trovato liberi oppure bloccati i passaggi degli altri semafori precedenti , tutte circostanze che non sono dipese da me –; e si potrebbe continuare …all’infinito. Non solo ma tutte queste circostanze sono da prendere in considerazione anche per lo sfortunato automobilista con cui colpevolmente sono venuto a collisione. Sono stato “libero” nel fare l’incidente? Si: solo se convenzionalmente restringo l’orizzonte della ricerca della responsabilità.

Allora? Allora il punto è questo: se allargo l’orizzonte dei miei comportamenti sono come un’ape, che essendo caduta in mezzo al mare, si agita nella convinzione di potersi salvare ( e magari le capita di trovare il colpo d’ala giusto); se si accorgesse del mare che le sta attorno cesserebbe di colpo ogni sua speranza. Può la filosofia arrivare ad allargare l’orizzonte della propria indagine fino al mare infinito della “totalità”? Se si ( e per me se la risposta fosse no, non avrebbe più senso continuare a parlare di filosofia…), allora possiamo capovolgere l’esempio e vedere l’uomo ( e con lui tutte le cose) non nel mare dell’essere diveniente in cui annegare,( e dove magari vivere la propria disperazione) ma nella gloria della salvezza cui , per necessità ontologica, è destinato.

Certo la scienza allarga i nostri orizzonti ogni giorno di più (anche se il suo metodo è quello della specializzazione), nell’infinitamente piccolo e nell’infinitamente grande: “dalla relatività al principio di inerzia, alla gravitazione universale…” Perché, allora, affermare dogmaticamente, a priori, l’impossibilità di passare dai grandi orizzonti dell’universo ( che già ci dice che apparteniamo a qualcosa di più grande di noi stessi) all’orizzonte teoretico del totalmente grande? Certo ci vuole un salto: ed è il salto della filosofia che nasce chiedendosi “che cosa “ abbiano in comune, cioè da che cosa non siano “libere,” tutte le cose. E poi, con coerenza, non confondere, non mescolare indebitamente, ciò che appartiene di per sé alla prassi – della cui essenzialità si è detto - con ciò che invece qualifica la dimensione teoretica. Dico “indebitamente”, perché ovviamente un rapporto, per quanto misterioso-meraviglioso possa apparire, della “ parte” col tutto c’è, non potendo la “parte” prescindere dall’essere definita anche, e soprattutto, dalle qualificazioni della ”totalità” cui necessariamente appartiene.

Le responsabilità individuali?: valide, per noi e per gli altri che ci giudicano, nella dimensione della parzialità in cui l’uomo vive, non essendogli possibile (oltre l’intuizione teoretica della “totalità”) vivere “le cose” se non nella dimensione pratica della loro individualità. Il noi empirico infatti comprende ciascuna cosa – che pur la ragione teoretica afferma eterna - nella definizione che ci offre la “parzialità” e quindi nella contingenza (questo fa cadere l’accusa di panteismo: non vediamo le singole cose, per così dire, con l’occhio di Dio…e questo non fa di loro, ai nostri occhi, una espressione divina). Come si vede, nessuna deificazione dell’uomo, il cui linguaggio empirico esprime le valutazioni possibili nella prassi.

Le nostre certezze e convinzioni, le nostre fedi, anche i nostri errori, sono, in quanto tali, altrettanto veri (ed eterni) almeno quanto il capello che si perde nel pettine ogni mattina!

Per questo anche la metafisica greca, o la filosofia cristiana, o l’idealismo, o il relativismo dei nostri giorni (scienza compresa), non sono ciò da cui ci si debba liberare (tanto meno da cui ci libera un “supponente “ Severino!): sono il percorso “necessario” che la ragione continuamente deve compiere (attualizzare), verso una “razionale illuminazione” che è (quando così appare) il risultato di una sorta di grande “prova per assurdo”.

Quando? Dove? Soprattutto qui l’uomo è impotente, perché non dipende da lui.

Da qui, a mio avviso, parte la Fede.

Nel frattempo” la poesia come dice Leopardi - è la potenza suprema dei mortali . (poìesis:produzione)

P.S. Come vedi anch’io uso il linguaggio dei “mortali”; e non è l’unica pecca.

Data: 23.06.2013

Autore: Piero Carelli

Oggetto: LETTERA APERTA A EMANUELE SEVERINO

Un povero mortale, nato grazie ad un atto d’amore (spero) nel cuore della tragedia del secondo conflitto mondiale e destinato, tra qualche anno, a diventare polvere? No: io non sono mai nato e non ho alcun motivo di temere la morte. Immortale ed eterno: questo io sono. Eterno come i Modelli di Platone, come l’Atto Puro di Aristotele, come il Dio delle religioni. Esaltante, no?

Grazie, Severino, del lieto annuncio. Un annuncio che mi infonde una gioia infinitamente superiore a quella provata da Lucrezio: eterni non sono solo gli atomi di quell’aggregato che è il mio corpo, ma lo stesso aggregato. Altro che la consolazione cristiana della resurrezione dei corpi, alla fine dei tempi! Eterno, anzi, è tutto quello che sono: corpo e mente. Sì: anche la consapevolezza che ho di esistere è eterna. Eterno, addirittura, è ogni istante della mia vita: non vi è niente che venga inghiottito dal nulla!

Nessuno mai, prima di te, aveva annunciato un … gaudium così grande! Ma anche nessuno aveva annunciato un messaggio così inquietante. Sì. Chi sono, infatti, io? Un individuo che sta pensando e sta battendo i tasti del pc? Per nulla. Io non… produco pensieri: se lo facessi, genererei qualcosa (i pensieri, appunto) “dal nulla”. Digitare le lettere, poi, non significa mettere in moto un’azione che prima era… “nulla” (“non c’era”)? Io non… agisco: non sono io che cammino, che mangio… Io non prendo alcuna decisione, né posso prenderla: prendere una decisione, infatti, significa fare del “nulla” (la non decisione) un qualcosa che “è”. Non ho, di conseguenza, alcuna libertà e, quindi, alcuna responsabilità. L’ homo faber fortunae suae degli umanisti? Una bella, ma ingannevole favola. Il peccato, il senso di colpa, il pentimento, i reati, i tribunali… ? Un’“invenzione” dei mortali basata sull’ignoranza!

Il tuo pensiero, Severino, mi fa paura: divinizzando l’uomo, lo distruggi, lo uccidi. Mi dirai che io uso il linguaggio dei mortali. È vero. Ho appena scritto “lo distruggi”. Tu non distruggi nessuno. E io non sto scrivendo nulla in questo istante. Il tuo pensiero, poi, non è… “tuo”: non sei tu che hai rotto col tuo maestro Bontadini e che hai prodotto una dottrina inaudita. Non sei tu che hai scritto libri accessibili a pochi ed altri destinati al grande pubblico. Non sei tu che ti sei guadagnato la fama del guru, del pensatore forte. No. Tutto è eterno: eterno il “tuo” scontro con Bontadini, eterni i “tuoi” libri… E tutto è necessario: necessaria la “mia” ignoranza” di “mortale” e necessaria la tua “sapienza” di “divino”. Non vi è alcun “attore”: nessuno che ha formulato per primo il principio di inerzia, nessuno che ha scoperto la legge della gravitazione universale, nessuno che ha elaborato la teoria della relatività einsteiniana, nessuno che ha inventato l’automobile, nessuno che ha introdotto per primo la tecnica della fecondazione assistita. Tutto è eterno e tutto è immutabile: non ci siamo mossi da casa per ascoltare – nell’ultimo incontro del Caffè filosofico – le brillanti relazioni di Tiziano Guerini (un vero e proprio cultore del “tuo” pensiero”) e di Daniela Ronchetti, non ci siamo dati la briga di… scaldare il dibattito. Il dibattito non è mai stato acceso: esiste da sempre. Eterni non sono solo i singoli interventi, ma eterno è anche il “contesto” (gli amici filosofi, il Caffè Gallery, il rumore della macchina da caffè, l’entrata e l’uscita di qualcuno…). Eterni il nostro essere seduti su quella determinata sedia, in quel determinato spazio, vicino a quelle determinate persone. Eterne le espressioni del viso. Eterna… l’ironia di Antonio…

Severino, nella tua “vita”, sei stato abbagliato da un sole: Parmenide. Poi, però, sei andato oltre: non ti sei accontentato – come hanno fatto altri - di attribuire al “divino” le caratteristiche di eternità, immutabilità, atemporalità dell’essere parmenideo, ma le hai applicate a tutte le cose, a tutti gli “enti”. Ogni cosa – dici – proprio perché “è”, non può provenire dal nulla come non può essere risucchiata dal nulla. Ogni cosa: un sorriso, un mal di pancia, un’emozione… Il tuo discorso varrebbe anche se le cose non ci fossero e fossero ridotte a… percezioni: le percezioni sono, no? E varrebbe pure se tutto fosse, in ultima analisi, linguaggio: è, forse, nulla il linguaggio?

Tutto è eterno, tutto è immutabile, tutto è necessario. Democrito diceva che la vita è come un palcoscenico: sali sul palco, guardi e te ne vai. Il tuo discorso non è molto dissimile: l’unica differenza è che tu non fai neanche l’azione di salire sul palco, di guardare, di andartene via. Noi siamo solo spettatori. Anche Berkeley affermava qualcosa del genere. Il pensatore irlandese, tuttavia, riteneva che almeno un attore ci fosse: Dio. Per te, Severino, non c’è nessun Dio che agisce: la vita è lo spettacolo in cui appaiono e scompaiono gli enti eterni. In questo istante mi sta apparendo un monitor, delle parole scritte, le dita che si muovono sulla tastiera, la musica di sottofondo, il mio essere seduto su una sedia…: si tratta di “enti” (nel loro contesto) che ci sono da sempre e che ora appaiono e tra poco scompariranno. Anche l’“apparire” del monitor… è qualcosa: un conto è “il monitor” e un conto “l’apparire del monitor”. Ora, che ne era, prima di apparire, “l’apparire del monitor”? Non appariva: no? Ma… se non appariva, è passato dal “non essere” (non apparire) all’“essere” (apparire)! Come potrebbe l’apparire (l’apparire di questo monitor qui e ora) esistere prima di apparire?

Vedo un sorriso sulle tue labbra, Severino. Tu, infatti, conosci bene questa critica. Una critica da cui ti stai difendendo da quasi quarant’anni con una logica… mostruosa. Impressiona, davvero, la tua logica. Colpisce il tuo rigore.

L’ex Sant’Uffizio ti ha condannato come il principe degli eretici. Ha ragione la Chiesa: tu sei pericoloso. Di gran lunga di più del… dinamitardo Nietzsche! Tu non demolisci solo il Cristianesimo, ma l’uomo stesso. Almeno l’immagine di uomo che abbiamo “costruito” col buon senso e con la riflessione di tanti pensatori. Un’immagine falsa, la nostra? Un idolo che ci siamo “costruiti” per dare un senso alla vita? Sarà: ma noi abbiamo bisogno di illusioni (lo diceva anche il “tuo” Leopardi, no?). Abbiamo bisogno di credere di non essere solo “spettatori”, che “la storia siamo noi”, che siamo noi a decidere se cavalcare o no la tigre della xenofobia…

Comunque, sei il benvenuto al nostro Caffè filosofico. Noi ti aspettiamo. A Crema sono in molti (in primis, il nostro presidente Tiziano Guerini) ad essere stati… stregati da te. In molti che ti hanno seguito in questi anni nella tua avventura intellettuale, un’avventura unica nella storia occidentale. In molti quelli che vogliono capire qualcosa di più: di più, soprattutto, sulle fondamenta di quello che tu consideri il sapere “incontrovertibile”, un sapere tanto forte che chi lo nega si contraddice. Il tuo intervento sarebbe in perfetta sintonia col tema che stiamo pensando per il prossimo anno accademico del nostro Caffé filosofico “Verità assolute e relativismo”: tu sei, infatti, un campione del sapere “forte” (in questo – ma solo in questo – sulla stessa lunghezza d’onda di papa Ratzinger). Aspettati un confronto acceso. Molto acceso. Un confronto che, se accadrà – nella tua logica - c’è da sempre. Ma… non è ancora apparso sul palcoscenico. Vedrai che bello spettacolo!

Crema, 16 giugno 2005


Ps: scusa se ho continuato a usare il linguaggio dei “mortali”, ma non ne conosco un altro.

Data: 23.06.2013

Autore: Patrizia de Capua

Oggetto: Leopardi filosofo?

Non ho mai pensato che Leopardi potesse essere un filosofo. Non ho mai pensato che Leopardi perdesse qualcosa per il fatto di non essere un filosofo. Certo, ogni poeta ha una visione del mondo ed esprime pensieri più o meno profondi che vanno a formare una sua Weltanschauung. Leopardi, in particolare, integra nella sua poetica elementi di riflessione che provengono da varie filosofie soprattutto francesi e le ripropone in un linguaggio nuovo. Un linguaggio in cui tralucono parole e stilemi della nostra tradizione letteraria, ma anch’esso esclusivamente suo, tanto che non si può non riconoscerlo come una sua creazione.

Ma non perde nulla se non è filosofo: le parole della poesia sono piacevoli perché “destano idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse”. La filosofia non si può permettere questo tipo di diletto che nasce da “un’immagine vaga, indistinta, incompleta”. I sentimenti della poesia sono “suscettibili di fare illusione”. Così un poeta può affermare, come Catullo, che odia e ama nello stesso tempo, e nessun principio anapodittico potrà mai correggerlo o sanzionarlo. La poesia è più antica e più libera della filosofia, e forse per questo qualcuno dice che la bellezza salverà il mondo.

Premetto che non intendo affrontare un discorso così complesso come quello dell’interpretazione di Leopardi, di cui non sono competente. Mi limito a soffermarmi su un aspetto specifico di questo autore, ossia la consonanza di alcuni suoi pensieri con quelli di un philosophe classificato come noir: il marchese de Sade.

E’ improbabile che Leopardi avesse letto Sade, e viceversa. Sappiamo che Leopardi è coltissimo sostenitore della superiorità del pensiero degli antichi, i quali, quando parlano della natura e degli uomini, lo fanno per esaltarli, mentre i moderni lo fanno per immeschinirli. Si dice che egli, dall’erudizione della filologia, si “converta” al bello della letteratura, e inizi a studiare il greco da solo nel 1813. Due anni dopo si rende conto della povertà della biblioteca paterna (niente Senofonte, niente Tucidide, nessuna edizione critica…). Sappiamo inoltre che ama Platone, ma solo per “il suo stupendo modo di scrivere”, poiché il pensiero di Platone “non poteva nemmeno scalfire il concreto pessimismo leopardiano” (A. Grilli). Dalla lettura degli antichi Leopardi ricaverebbe, secondo Severino, una conclusione: se per gli antichi la verità è scampo dal dolore, per lui è fonte di infelicità. E la verità è che gli uomini non crederanno mai di non sapere nulla, non essere nulla, non avere nulla a sperare dopo la morte. Orbene: non mi pare che sia necessario attendere Nietzsche affinché queste tesi trovino visibilità, poiché un secolo prima di Nietzsche le aveva chiassosamente pubblicate de Sade. L’uomo sadiano, infelice individuo bipede, è forse convinto di potersi ergere di fronte al nulla per affermarlo, ma, come nota Severino riguardo a Leopardi, “la vista del nulla annulla colui che la vede”. E’ certo comunque che è ben consapevole di non essere nulla: “influì mai la morte di un individuo sulla massa generale?”; l’intero genere umano potrebbe scomparire dalla faccia della terra, “che l’aria non sarebbe meno pura, né l’astro meno splendente, né il cammino dell’universo meno esatto”. Chi è? Leopardi del Dialogo della Natura e di un Islandese? O il Cantico del gallo silvestre (1824)? No: è La filosofia nel boudoir (1795) di Sade. E subito dopo: “lo sciocco orgoglio dell’uomo, che crede che tutto sia fatto per lui, resterebbe sbalordito, dopo la distruzione dell’umanità, se vedesse che niente è cambiato nella natura, e che il corso degli astri non ne è stato ritardato”. Quanto alla natura, non è che un principio di annichilamento universale. Di fronte a “una madre simile”, “unicamente impegnata a nuocere agli uomini”, si leva il grido disperato del figliolo deluso: “a che scopo crearci, per renderci così infelici?”. La condizione umana è tanto tragica che “non vi è un solo uomo il quale sceglierebbe di ricominciare a vivere, se gli si presentasse il giorno della morte”. Leopardi del Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere (1832)? No: La Nouvelle Justine (1797) di Sade. Quanto poi al non avere nulla a sperare dopo la morte, pochi filosofi furono coerenti come il divino marchese, pervicacemente deciso a rifiutare ogni conforto religioso, non solo nella scrittura (Dialogo fra un prete e un moribondo, 1782), ma, ciò che è più significativo, nella propria vita.

Credo sia inutile – e noioso – moltiplicare gli esempi. Vorrei solo tornare all’inizio di queste note: Leopardi esprime sicuramente un pensiero in senso lato filosofico, ma lo fa con quegli strumenti che solo il poeta possiede, e alla fine gli strumenti sopraffanno le idee: intendo dire che, mentre il marchese de Sade, di fronte all’impossibilità per l’uomo di sfuggire all’angoscia del dolore, conclude da filosofo con un disperato ripiegamento su una sorta di apatia, Leopardi ci regala una poeticissima solidarietà verso i singoli esseri della natura, non solo gli uomini, ma le piante e i fiori (“Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori”, dallo Zibaldone), pur nella consapevolezza della inimicizia della natura nella sua totalità. Un trionfo dell’olfatto, simbolo dell’indeterminatezza del piacere umano. Insomma, corro volentieri il rischio di essere considerata antiquata, e dico che le parole di De Sanctis conservano una pregnante validità: Leopardi “non crede al progresso, e te lo fa desiderare: non crede alla libertà, e te la fa amare. Chiama illusioni l’amore, la gloria , la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto”. Quale filosofo sa compiere un simile miracolo?

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